«Puoi fidarti del vaporetto?» ha domandato mio padre.
Sullivan ha sghignazzato. «Stai scherzando? Quella nave è pilotata dal mio più vecchio amico. Ha trasportato chincaglierie fin dal primo giorno da Taiwan, dalle Filippine, dal Giappone, durante i vecchi tempi quando si stavano tirando fuori dalla Seconda Guerra Mondiale e facevano un sacco di articoli, e radio, a basso costo. Vi parlo di quarant'anni fa. Diavolo, prima che quella nave trasportasse paccottiglia, caricava tabacco dal Camerun, tè da Ceylon, pelli da Vancouver. Conosce ogni porto dalla Turchia a Tijuana. Sa come superare tutte le guardie costiere del mondo, quelle che non sono state corrotte. Il capitano è un gran personaggio. Vi innamorerete.»
«Come fai a sapere che questa persona non è uno scheletro?»
«Lo so,» ha risposto Sullivan, convinto.
«Come?»
«Sei un tipo insistente, per essere un autostoppista, sai?» Ha sospirato. «È facile.» Ha allungato la mano, ha frugato sotto le scatole di cartone tra i sedili, e ha sollevato il ricevitore del telefono cellulare.
«Quando parlate con gli scheletri, sono diversi da noi. All'inizio sembrano uguali, ma certe cose li mandano in bestia. Quando dite loro di essere umani, sbattono la testa contro il soffitto e cominciano a perdere bava dalla bocca. È come se volessero passare attraverso il filo e staccarti la testa dal collo.»
Guidava con una mano sola, e con l'altra premeva alcuni tasti sul telefono. «State a vedere.»
Si è sentito un ronzio, poi una voce tranquilla ha risposto. «Pronto.»
«Jimmy, sei tu?»
All'altro capo c'è stato silenzio, poi la voce, di un tono più bassa, ha detto: «Sullivan.»
«Sì, Jimmy, sono io! Come ti vanno le vecchie ossa scricchiolanti, amico?»
«Sei ancora...»
«Sì, Jimmy, ancora umano. Ti piace il suono di questa parola... umano?»
Dall'altro capo è venuto un suono soffocato. «.Dove sei!»
«Oh, non posso proprio dirtelo, Jimmy. Ci vediamo.»
«Ti uccide...»
Sullivan ha riattaccato il telefono, interrompendo la voce furibonda. «Capite quello che dico?» ci ha detto il commesso viaggiatore. «Adesso, ascoltate questa telefonata.»
Sullivan ha composto un altro numero, e ha aspettato che qualcuno rispondesse agli squilli.
«Pronto?» ha detto una voce esitante.
«Bert?»
«Benny, sei tu?» ha detto una voce roca.
«Puoi scommetterci, Bertie.»
La voce roca ha riso. «Come te la passi, Benny?»
«Proprio come piace a te.»
La risata non era ancora cessata. «Allora ce la fai oppure no? Domani notte, o dovrò lasciarti a terra. E sai che non voglio farlo, Benny.»
«Sì, lo so.»
«Diavolo, in questo momento sono a cinque miglia dalla costa, ma questa settimana mi hanno abbordato solo due volte. Si stanno stancando di non trovare niente. A dirti la verità io mi sto stancando di nascondermi in quella stiva. Diavolo, Chub puzza come sempre.»
Sullivan si è messo a ridere. «Chub! Come sta quel vecchio gorilla?»
«Bene, proprio bene. Allora quando ci vediamo, ragazzo?»
«Verso il tramonto, credo. Ti richiamo. E Bertie, spero che non ti dispiaccia, ma ho un paio di ospiti.»
C'è stata una pausa. «Oh?»
«Sono a posto, Bertie. Un tipo e sua figlia. Umani come quando sono nati.»
«Beh, diavolo, portateli dietro. Possiamo sempre buttarli agli squali. O venderli, giusto? Ti ricordi Cancun, nel sessantotto?»
Sullivan è scoppiato a ridere. «Ci vediamo domani, Bertie.»
«Hai un appuntamento, ragazzo.»
«Ciao.»
«Ciao, Benny.»
Sullivan ha riattaccato. «Capite cosa voglio dire?» ha chiesto.
Mio padre è rimasto a lungo in silenzio. «Sei sicuro che vada tutto bene se veniamo anche noi?»
Sullivan ha riso. «Avete sentito, no? Qual è il problema, non vi fidate di me? Pensate che voglia vendervi agli scheletri? O peggio? Aspettate di vedere il vaporetto di Bertie. È un casino! E aspettate di vedere Chub! Hoooeee! Se vi dicessi...»
Ha guardato nello specchietto, ha sorriso e ha scrollato le spalle. «Hey, non preoccupatevi,» ha detto. «Potete fidarvi di me. Inoltre» - ha riso - «non avete altra scelta.»
11
Sullivan prendeva un frastornante miscuglio di strade principali e secondarie; un momento andavamo a tutta velocità lungo un'autostrada deserta; il momento successivo faceva una brusca deviazione e rimbalzava su una carreggiata sconnessa appena degna di essere chiamata strada. Si è fermato solo una volta, a una stazione di servizio, in una landa arida e brulla; i pini allietavano i pendii delle colline vicine, ma la conca nella quale eravamo entrati sembrava piena di rocce e polvere.
«La stazione di Bob Miller,» ha detto Sullivan con un'ombra di tristezza. Ha guardato oltre la sconsolata stazione di servizio. «Trent'anni fa tutti, a Millerton, appena sopra a quelle colline, si fermavano qui.» Ha indicato la cresta di un'altura gibbosa cosparsa di pini sotto il sole calante. «Hanno chiamato la città come uno dei parenti di Miller nel lontano milleottocento. Bob è stato il primo ad avere il carburante nella zona. Quello che è diventato un garage, allora era solo uno spaccio. È sempre stato un tipo solitario.»
Sullivan ha fatto benzina, percorrendo con lo sguardo la stazione polverosa. «Laggiù,» ha detto indicando due fosse scoperte a destra del garage. «Lì ha seppellito i suoi cani. Immagino che ci sia una fossa scoperta anche sul retro, dove è stata sepolta sua moglie, Mary. Non so, spero che stiano bene, ad ogni modo.» Ci ha guardati. «Capite cosa voglio dire? C'è... ancora una parte di loro che siamo noi. Erano noi prima, e anche se sono cambiati...»
Ha scosso la testa, ha finito di riempire il serbatoio, ha rimesso a posto l'ugello e siamo ripartiti.
Al cadere della notte, quando siamo arrivati, Coos Bay era avvolta nella nebbia.
«Scommetto che siete affamati, eh?» ha detto Sullivan. «Abbiamo qualche minuto prima dell'appuntamento con Bertie. Conosco un posticino.»
Ci ha portato in un ristorante, che un tempo doveva essere stato elegante. Ma adesso gli interni erano devastati, tavolini e sedie rotti e gettati ovunque, vetri in frantumi che ingombravano il pavimento. Alla parete erano appesi quadri di paesaggi sottomarini che con la luce soffusa dovevano apparire meravigliosi: ondeggianti ventagli di alghe, colline susseguenti di corallo alabastrino, branchi di guizzanti pesci luna. Adesso le pareti erano tutte macchiate, dietro il banco del bar c'erano bottiglie di whiskey rotte, e si sentiva un odore acre di muffa.
«Diavolo,» ha esclamato Sullivan. «Mangeremo qualcosa più tardi, sul battello.»
Abbiamo lasciato il ristorante, e Sullivan ha guidato in silenzio per le strade invase dalla nebbia. Poi si è fermato, e io aspettavo che proseguisse. La nebbia si contorceva attorno all'auto, e si spezzava in nuvole entrando dal parabrezza. Io cercavo di guardare, di scoprire dove ci trovavamo, di vedere a quale angolo ci eravamo fermati.
«Ci siamo,» ha detto Sullivan.
Ho aiutato mio padre a scendere dall'auto.
«Sento l'odore dell'acqua,» ha detto.
«Parlate a bassa voce,» si è raccomandato Sullivan. Ha infilato un braccio nell'auto e ha suonato il clacson, leggermente, due volte.
Non abbiamo sentito nessuna risposta. Ha ripetuto il segnale, e allora abbiamo sentito due suoni bassi, ovattati, di un corno per la nebbia.
«È in fondo al molo,» ha sussurrato Sullivan.
Abbiamo preso i nostri bagagli dall'auto. Sullivan è andato al baule e ha preso una valigia malconcia. L'ha richiuso, ha guardato sul sedile davanti, ha frugato tra le scatole dei campionari, ne ha scelta una, l'ha aperta, e ha tirato fuori un lungo serpente di gomma. «Bertie adora queste cose,» ha detto arrotolando il serpente e ficcandoselo in tasca. Ha guardato con malinconia il resto delle merci sull'auto. «Peccato...»
Si è voltato lasciando le portiere aperte, e gettando a terra le chiavi dell'auto si è allontanato senza guardarsi indietro. Noi l'abbiamo seguito. D'un tratto sotto i piedi abbiamo sentito le tavole di un pontile, e il frangersi delle onde contro le rocce o i piloni del molo. Io guidavo mio padre, ma vedevo a malapena davanti a me.
Improvvisamente Sullivan è scomparso nella nebbia. Io ho proseguito, a tentoni tra le volute della nebbia, guidando mio padre, e sono andata a sbattere contro la ringhiera che si interrompeva. Fuori dalla nebbia beccheggiava la prua di un battello, ormeggiato vicinissimo. Mi sono tirata indietro e ho urtato Sullivan.
«Hey, fai piano! Puoi cadere in acqua!»
Andando avanti mi sono attaccata al bordo del suo cappotto. Poi ho sentito canticchiare piano, e il mormorio si è avvicinato sempre più.
«Fermo lì, amico,» ha detto una voce roca.
Sullivan si è fermato. «Mi hai preso, Bertie.»
«Stai fermo mentre ti dò una controllatina,» ha detto la voce roca.
Improvvisamente, dalla nebbia è uscito lo scheletro di una mano che cercava di afferrare...
«Mio Dio!» ha ansimato Sullivan, facendo un salto indietro, contro me e mio padre.
«Ha-ha!» ha chiocciato la voce. «Te l'ho fatta, Sully! Dopo tutti questi anni finalmente te l'ho fatta!»
Una figura massiccia è balzata fuori dalla nebbia verso di noi. Era una donna, di dimensioni notevoli, con un impermeabile di tela incerata nera col cappuccio tirato indietro sulla testa. Era umana, con una faccia larga, e i capelli tagliati corti.
Ha alzato il braccio di plastica da scheletro che teneva in mano. «Me l'hai dato tu nell'ottantadue, non ti ricordi, Sully? Mi hai fatto morire di paura quando me l'hai messo nel letto, mentre stavo giocando a carte sul ponte. Sei salito a bordo con quella dannata cosa! Ha-ha! Ti ho ripagato bene, non credi?»
Sullivan, che stava cominciando a riprendersi, ha fatto segno di sì e ha sorriso. «Mi hai ripagato davvero bene, Bertie.» Ha preso il serpente di gomma dalla tasca, l'ha guardato con occhi tristi, e l'ha gettato in acqua. «Non mi prenderò nemmeno la briga di provare con questo, dopo quello che è successo.»
«Ha-ha!»
Sullivan ci ha presentati. «Questo è il Colonnello Coine, e questa è sua figlia Claire.»
«Così...» Bertie ci ha osservati, e ha tenuto gli occhi fissi su di me. «È proprio lei, va bene.»
«Cosa vuoi dire?» ha domandato mio padre.
«L'ho sognata.»
Bertie si è girata e si è confusa con la nebbia. «Andiamo, Sully, venite a bordo, tu e i tuoi amici.»
Ci siamo avviati dietro di lei, e d'un tratto c'era una passerella, col corrimano di corde, che portava al solido ponte di una nave. In fondo alla passerella Bertie ci aspettava. Non appena siamo arrivati sul ponte ha smontato la passerella e l'ha tirata dentro, poi è sparita nella nebbia. L'abbiamo sentita salire dei gradini, chiudere una porta. Dopo un momento c'è stato un rumore forte, poi un sibilo, seguiti da un basso ronzio costante. La nave si è mossa.
«Dite addio alla terraferma,» ha detto Sullivan fissando nella nebbia.
12
Siamo rimasti a lungo sul ponte, aspettando il ritorno di Bertie. Finalmente abbiamo sentito sbattere una porta, sempre nella nebbia, un grugnito, e rumore di passi che superavano un ostacolo.
«Cosa diavolo ti succede, Sully! Non hai un briciolo di educazione!»
Bertie è comparsa e ha proseguito, tornando nella nebbia. Sullivan, mio padre, e io, l'abbiamo seguita. Siamo passati su un ponte sudicio, attorno a rotoli di corda, uncini, un albero, e alla fine siamo arrivati alla stiva. Da qualche parte provenivano grugniti e squittii. Bertie ha preso la grossa porta, l'ha sollevata, e l'ha spinta indietro finché è caduta con un tonfo.
«Andate giù!» ha detto.
Ho scrutato nell'oscurità, ma non ho visto niente, ho solo sentito odore di umidità.
«Sully, portali giù! Io arrivo subito.» E Bertie è sparita nella nebbia.
Sullivan è sceso per primo, e noi l'abbiamo seguito, facendo i gradini con molta attenzione, mio padre dietro di me. Quando Sullivan è arrivato in fondo, ha tastato una parete e ha toccato un interruttore.
La luce ha illuminato un ambiente completamente diverso da quello che avevo immaginato. Eravamo in una cabina privata confortevole, anche se fredda, isolata da pannelli e tappeti. Alle pareti c'erano mappe nautiche e stampe di arte moderna. Alla parete di fronte, accanto a un piccolo mobile bar, era appoggiato un divano, che con un tavolino e delle poltroncine dall'aspetto comodo formava un piccolo salotto; in mezzo alla stanza, sotto un lampadario, c'era un biliardo con sei buche, pronto per il gioco.
«Freddino qua sotto!» ha detto Sully, andando al termostato e girando la manopola. Immediatamente, con uno scatto, si è acceso il riscaldamento a serpentine elettriche dietro il rivestimento alla base delle pareti.
Ho guidato mio padre al divano e ci siamo seduti. Da sopra è rimbombata la voce di Bertie. «Dagli qualcosa da bere e da mangiare, Sully! C'è della birra in frigo! Adesso scendo, devo controllare il pilota automatico!»
Sullivan è andato dietro al bar, e ha tirato fuori due bottiglie di birra e una lattina di soda.
«Colonnello, quando è stata l'ultima volta che hai bevuto una Carta Bianca?»
Mio padre ha riso. «Non posso crederci. Il resto di questa stanza è comodo come il divano?»
«Puoi scommetterci. A Bertie piacciono le sue cosucce. Se le è anche guadagnate.»
Mio padre ha preso la birra ghiacciata e ne ha bevuto un po'. Poi ha scosso la testa. «E fresca, persino!»
Sullivan era di nuovo dietro il bar, e stava tirando fuori dal frigo dei cibi freddi.
Ben presto avevamo mangiato, più e meglio di quanto facessimo da giorni. Bertie si è unita a noi.
«Dammi una di quelle Mexican Miller, ti dispiace, Sully?»
Sullivan le ha dato una birra, e Bertie si è seduta su una poltroncina accanto al divano. Ha bevuto dalla bottiglia e ha espresso con un gorgoglio la propria soddisfazione.
«L'investimento migliore che abbia mai fatto, trasportare questa roba da Azatlàn.» Ha sorriso. «Non sono più riuscita a fare l'ultima consegna a San Diego, animali per lo zoo e birra. Così se vi viene sete ne ho ancora duecento casse.»
Mio padre ha riso di nuovo, un suono che sentivo per la prima volta da quando lo conoscevo.
Bertie ha fissato la bottiglia. «Non sarebbe un brutto modo di attraversare questo periodo, chiusi nella stiva con delle casse di birra fresca...» Mi ha guardato fissa. «E così tu sei la ragazza del sogno.»
«Non parla,» ha detto Sully.
«Non parla nemmeno nel mio sogno,» ha detto Bertie tenendomi gli occhi addosso.
«Nel mio la trovavo sul ciglio della strada, proprio come è successo,» ha detto Sully.
«Anch'io l'ho sognata,» ha detto mio padre. «Ho sognato che l'avrei trovata.»
Bertie fece un solenne segno di assenso. «Siamo di fronte a un mistero. Quando ho iniziato ad avere questi sogni, circa una settimana dopo che sono saltati fuori gli scheletri, ho domandato in giro. Non ho mai avuto dei sogni simili, prima, sogni che si ripetono sempre uguali. Ho chiesto a Nate Sherman,» si è rivolta a Sully, che ha annuito, «e a Jimmy il Macedone, che abbiamo perso solo una settimana fa. Ho chiamato tutti quelli che mi venivano in mente. Quando sono andata da Pete il Greco - ti ricordi Pete il Greco, Sully?»
Sullivan si è messo a ridere. «Me lo ricordo.»
«Era uno scheletro quando sono arrivata, e ha cominciato a gridare e a sibilare come un serpente.»
Sullivan ha scosso la testa.
«Comunque, nessuno di quelli con cui ho parlato ha avuto questi sogni. Un paio, Charlie Franks per esempio, si ricordavano delle cose vaghe, una ragazza sullo sfondo dei sogni, e quando l'ho detto a Nate e a Jimmy, anche loro si sono ricordati la stessa cosa. Come qualcuno che guarda dal fondo di un sogno. Sully è stato l'unico che ha cominciato a fare dei sogni con dentro la ragazza, e i suoi erano persino più forti dei miei. Fino a un paio di giorni fa, quando i miei sono diventati ancora più forti.»
«La notte prima che trovassi Claire e il Colonnello,» ha detto Sullivan, «mentre dormivo sul sedile posteriore della mia auto, mi sono svegliato, ed era come se lei fosse lì proprio davanti a me.»
Bertie ha annuito. «L'altra notte mi sono sentita esattamente così. Come se fosse davanti a me.» Mi ha guardata di nuovo. «E adesso è qui.»
Sullivan ha confermato: «Già.»
«Credo che significhi che qualcuno è dalla nostra parte,» ha detto Bertie, facendo un cenno definitivo con la testa.
«Io non so cosa significa,» ha detto Sullivan. «Ma sentivo che era la cosa giusta, prenderla e portarla qui.»
«Portarla a nord,» ha precisato Bertie. «Ecco cosa dovevo fare nel sogno, portarla a nord.»
Sullivan ha confermato ancora.
«Per tutto il tempo in cui combattevamo,» ha detto mio padre, «io sentivo che la cosa più importante era portare Claire in un certo posto. Persino quando la sognavo prima di trovarla, sapevo che dovevo portarla a ovest, attraverso il paese, e poi a nord.»
Bertie e Sullivan mi guardavano, in attesa. Io non avevo niente da dare loro. Sapevo dentro che quello che era successo doveva succedere, ma loro mi guardavano come in attesa di un segno. Io non avevo segni da dare.
«È un mistero,» ha ripetuto Bertie. Si è battuta le mani sulle ginocchia e si è alzata. «Bene, è ora di portare la cena a Chub.» Mi ha guardata. «Vuoi venire?»
Mio padre ha esitato a lasciarmi.
«Oh, lasciala andare,» l'ha convinto Sullivan ridendo. «Credo che pensassero che avessimo intenzione di gettarli fuori bordo, o venderli come schiavi bianchi.»
Berti è scoppiata a ridere. «Siamo ancora in tempo! Andiamo,» mi ha detto. «Vieni a vedere Chub. Andrai pazza per lui, gli piacciono i giovani.»
Ha guardato Sully, che si è messo a ridere, si è alzato, e è tornato dietro al bar. Ha stappato altre due Carta Bianca, e ne ha messa una in mano a mio padre. Poi si è abbassato e gli ha sussurrato qualcosa all'orecchio.
«Chub è cosa?»
Sully ha sussurrato qualcos'altro.
«Puoi andare, Claire,» ha detto mio padre. «Ma stai attenta!» E si è messo a ridere con Sully e Bertie.
Bertie mi ha fatto strada su per i gradini, e fuori di nuovo nella nebbia.
«Stammi vicina, il ponte è scivoloso,» ha detto Bertie.
Ci siamo addentrate in un mondo di cinguettii, versi, strida e ringhi, passando di fianco alle alte pareti metalliche della timoniera. Sono inciampata in un rotolo di corda, e Bertie mi ha preso e mi ha tenuto in equilibrio.
«Devi abituarti a mantenere l'equilibrio a bordo di una nave, Claire,» mi ha detto.
Attorno a noi si sentiva cinguettare, pigolare, squittire. Siamo passate molto vicino a una cassa con dei piccoli buchi e ho sentito un verso che sembrava il grugnito di un maiale.
«Zitti, ragazzi!» ha gridato Bertie. «Chub si prenderà cura di voi domattina!»
Il rumore degli animali è aumentato, e Bertie si è messa a ridere. «Hanno mangiato un'ora fa e hanno già fame un'altra volta,» ha detto.
Vicino alla poppa della nave c'era un'altra stiva. Bertie ha sollevato la botola e l'ha tirata indietro.
«Stai attenta a scendere,» ha detto andando avanti per prima al buio. «Questi gradini sono alti.»
Da sotto venivano dei brontolii. «Fai meno chiasso Chub, stiamo arrivando!» In fondo ai gradini Bertie mi ha fermato. «Resta qui.»
Nell'oscurità si sentiva una televisione accesa, e vedevo un fioco tremolio color porpora in fondo alla stanza. Era girata in modo che riuscivo a vedere solo una parte dell'immagine: era un film della serie Guerre Stellari. Davanti al televisore, e all'ombra del tenue bagliore, c'era una grande poltrona dallo schienale alto rivolto verso di me. Dalla poltrona veniva un borbottio lamentoso.
«Va bene, Chub, arriviamo! Tieni duro!»
Bertie ha trovato l'interruttore e l'ha acceso. La stiva si è inondata di luce. L'occupante della poltrona si è girato a guardarci. «Chub! Ho portato un'amica!» ha detto Bertie.
Un'enorme scimmia africana si è alzata dalla poltrona, mi ha guardato con quegli scuri occhi, solenni e intelligenti, e ha fatto un sorriso da un orecchio all'altro.
«Gli piaci!» ha esclamato Bertie. È corsa avanti, ha stretto la scimmia in un abbraccio, e l'ha trascinata in un ballo attorno alla stanza. Chub l'ha assecondata giocosamente, ma continuava a voltare la testa per guardarmi.
«Allora, cosa stai guardando?» ha chiesto Bertie, fermandosi davanti al televisore. «Ancora quella robaccia spaziale?»
Chub ha distolto gli occhi da me e ha cominciato a fare dei grugniti eccitati in direzione dello schermo.
«Lo so, lo so.» Bertie si è rivolta a me. «Ama la Principessa Leia. Crede di essere Hans Solo, o non so chi.» Si è girata verso la scimmia, e gli ha accarezzato la testa. «Non è vero, Chub?»
Sullo schermo è riapparsa la Principessa Leia che guidava Skywalker e Wookie lungo un corridoio; Chub ha spinto da parte Bertie con gesti eccitati, si è riaccomodato in poltrona e si è rimesso a guardare il film.
Bertie ha indicato la scimmia con la mano. «Tienilo d'occhio, vuoi? Vado a prendergli la cena.» Ha attraversato la stanza ed è sparita dietro una porta chiusa col catenaccio. Chub ha guardato me, poi la Principessa Leia sullo schermo, poi di nuovo me. Mi ha sorriso e mi ha preso una mano.
La stanza era simile alla cabina di Bertie, e quasi altrettanto ordinata: moquette sul pavimento, qualche stampa, per lo più poster di film tra cui uno enorme con la testa mascherata di Darth Vader sulle pareti a pannelli, una libreria alta fino al soffitto stipata di libri per bambini e videocassette, giocattoli, un pagliericcio, un tavolino a carrello. Quando la Principessa Leia è sparita dallo schermo, Chub ha cercato freneticamente intorno alla poltrona, ha trovato il telecomando del videoregistratore, e ha riavvolto il nastro per far ripetere la scena.
«Ho trovato questo bestione alle Hawaii, su una delle isole più piccole,» ha detto Bertie ritornando con una bracciata di cibo, patatine, carne in scatola, sottaceto. Ha richiuso la porta della dispensa, ha messo il cibo sul tavolino e ha iniziato a prepararlo. «Era appena un cucciolo. Un asino di un produttore cinematografico l'aveva lasciato da solo per una settimana in una casa sulla spiaggia, e Chub l'ha fatta a pezzi. Io stavo passando a un miglio dalla costa, e ho visto quel buono a nulla sulla spiaggia che lo picchiava con un bastone. C'è mancato poco che gli sparassi, e comunque sono andata a riva con una scialuppa e l'ho costretto a vendermi Chub, che ormai è con me da quasi quindici anni. Uno spirito acuto. Sarebbe persino capace di pilotare il battello se fosse necessario. Ed è più pulito di qualunque altro compagno che mi sia mai portata a bordo.» Mi ha fatto vedere una porta in fondo alla stanza con una falce di luna intagliata. «Quello è il suo bagno. Fa tutti i suoi bisogni lì dentro, proprio come te e me, e guarda la televisione quando non lavora.»
Ha terminato di preparare il cibo che Chub occhieggiava con interesse, e ha spostato il tavolino a carrello di fronte alla scimmia, che perso ogni interesse per me e per la televisione, ha cominciato a mangiare.
«Per un poco sarà occupato,» ha detto Bertie. «E ad ogni modo è quasi ora che vada a dormire. Domani lo lascerò salire sul ponte, e potrai vederlo svolgere le sue faccende.»
Siamo andate alle scale e le abbiamo salite. Ho dato un'ultima occhiata a Chub, che aveva smesso di mangiare per guardarmi meglio.
Una volta sul ponte Bertie ha chiuso la botola e l'ha assicurata. La nebbia era ancora più fitta. Abbiamo raggiunto la parte centrale della nave, e Bertie ha iniziato a salire i gradini che portavano alla timoniera. «Vieni,» mi ha detto. «Devo controllare gli strumenti.»
L'ho seguita in una stanza accogliente, calda, a forma di semicerchio, immersa nella luce verde e rossa degli strumenti. Ho guardato Bertie controllare gli strumenti, e fare una lieve correzione. «C'è il pilota automatico. Stanotte non dovremmo passare vicino a nulla. Ho messo tanti campanelli d'allarme attorno a questa bagnarola che scatterebbero se qualcuno si avvicinasse entro cinque miglia.»
Improvvisamente stanca, ho sbadigliato.
«Qualcuno ha bisogno di una buona notte di sonno. Ti accompagno in una cuccetta di sotto, bambina.»
Mi ha circondato le spalle con un braccio, e mi ha guidata fuori dalla timoniera, nella nebbia, e giù per i gradini. Davanti alla porta della stiva si è fermata. «Immagino che ormai laggiù siano sulla strada del benessere e della sbronza. Buon per loro. Mi farò raccontare le loro storie più tardi. Scommetto che se la sono passata brutta tutti e due. E scommetto anche tu.»
Ho annuito, assonnata.
«Voglio solo dirti una cosa, tra te e me. Sai tenere un segreto?»
Io l'ho guardata, e ho sentito una fiducia calda e improvvisa. Ho sorriso e ho fatto cenno di sì.
«Bene. Volevo solo parlarti di quei sogni che ho fatto.» Dopo una pausa ha continuato. «Una cosa da nulla, ma non voglio che gli altri si preoccupino. Nel sogno c'eravamo io e te e tuo padre e Sully. Naturalmente allora Sully era l'unico che conoscessi. Ma adesso siamo tutti qui. Eravamo su questo battello, e tu mi guardavi, e io sapevo che stavo per morire.
«La cosa più strana è che come succedeva era giusto, non avevo paura, niente. Come se dovesse essere così. Tu mi guardavi, e io sapevo che Sully e io e tuo padre eravamo praticamente gli ultimi esseri umani rimasti sulla terra. E che noi tre stavamo per morire. E quando ti ho vista salire a bordo, era come se il sogno si avverasse. Tu mi hai guardata, e io ho saputo che stavo per morire. Non so perché ma la cosa non mi ha infastidito.»
Ha scosso la testa. «Pensavo solo di dirtelo. Non ho paura, e non ho intenzione di arrendermi senza lottare, ma per qualche motivo tutto questo sembra giusto. Finché tu sei salva, tutto andrà per il meglio.» Mi ha posato una mano sulla spalla e ha aperto la botola, mentre la nebbia ci vorticava attorno come nei sogni. «Tempo di andare a dormire, bambina.»
13
Il mattino dopo la nebbia si è alzata, e Chub è salito sul ponte.
«Cosa te ne pare della mia bagnarola?» ha chiesto Bertie allegramente. «È un po' lenta, ma non c'è fretta. L'ho chiamata Arca perché a quanto pare porto sempre una coppia di tutto, incluse le attrezzature elettriche. Capite?»
L'Arca, che era vivacemente dipinta di rosso e di verde, e non era la chiatta tetra e sudicia che mi ero aspettata, era inverosimilmente carica, di gabbie, casse di legno, grossi rotoli di corda e catene. Ogni spazio libero sul ponte era occupato da animali in gabbia. Chub girava facendo capriole, controllava le corde, le strattonava per assicurarsi che fossero ben strette. Quando ne ha trovata una che si era allentata, ha emesso un ringhio sonoro e eccitato, e Bertie si è affrettata a stringerla.
«D'accordo!» ha gridato Bertie. «Ora di pranzo!»
Subito tutti gli animali sul ponte hanno iniziato a strillare e parlottare. Alcune casse addirittura dondolavano per l'eccitazione. Chub, che aveva già fatto colazione da basso, è corso alla botola aperta della dispensa, mentre Bertie scendeva e da sotto gli passava il cibo. «Va bene, Chub, fai il tuo dovere!»
Chub divideva e distribuiva il cibo. «Lo amano!» ha esclamato Bertie. Il livello del rumore era assordante, ma è diminuito gradatamente, mano a mano che ogni gabbia e cassa riceveva l'adeguato pasto. Ben presto l'Arca è diventata quasi silenziosa.
«Ah, pace,» ha sospirato Bertie. «Non durerà più di cinque minuti, ma è un tempo che vale la pena aspettare.»
In effetti dopo meno di cinque minuti il silenzio era ormai finito, ma non l'espressione di beatitudine di Bertie. Ho aiutato lei e Chub a pulire alcune gabbie, e ho visto i lucenti uccelli, e le volpi, e tutti gli altri animali, e tutti erano felici. C'erano persino due leoni. Alla fine si era fatta ora di pranzo anche per noi umani; siamo scesi sottocoperta, e Chub si è ritirato nel suo alloggio a guardare un film.
«Voi, spacconi, avete già ricominciato a bere?» ha urlato Bertie di buonumore a mio padre e a Sully, seduti sul divano con una bottiglia di birra già aperta.
«Ti cedo il posto, ragazza,» ha detto Sully, alzandosi per portare una birra a Bertie. Bertie si è seduta al posto lasciato libero da Sully, sospirando di soddisfazione.
«Questa è la vita.»
«Sì, è vero,» ha confermato Sully.
«Non so voi, ma io potrei restare su questa nave per sempre,» ha detto mio padre.
«Se riesci a sopportare l'odore!» ha detto Sully.
«Hah!» ha detto Bertie. «A proposito di odore! Non pensate agli animali, siete voi tre che avete bisogno di cambiarvi d'abito. Più tardi dovremo far passare il contenuto della stiva, per vedere se riusciamo a trovare qualcuno di quei completi da turisti Hawaiani che stavo portando a San Francisco.»
Quelle parole hanno gettato un'ombra su tutta la compagnia. «Chissà com'è San Francisco adesso?» ha detto Sully.
«Le ho girato attorno circa una settimana fa in questa confusione. La Transamerica Pyramid era distrutta, ma Ghiardelli Square sembrava completamente intatta. Sembrava... che tutto procedesse come al solito.»
Sully ha sorriso debolmente. «Hai sempre detto che era una città di morti,Bertie!»
«Ha!»
«Davvero, era una grande città,» ha detto Sully.
Bertie si è alzata, portandosi la birra fino alla libreria, e ha acceso la radio. «Potremmo anche vedere cosa sta succedendo nel mondo.»
Dalla radio ha parlato una voce che faceva la pubblicità di un chewing gum.
«Cosa diavolo ci fanno col chewing gum?» ha detto Bertie.
«Lo masticano,» ha risposto Sully. «Sembra che quei bastardi abbiano tutto sotto controllo, non credete?»
«Un mondo diverso...» ha detto Bertie.
Lo spot è finito, e un annunciatore ha ripreso: «E ora una rapida scorsa alle notizie più importanti: la Casa Bianca ha annunciato oggi che dopo essersi consultata con i capi di Stato stranieri, può affermare con certezza che non è rimasto più di un pugno di umani. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha ripreso gli incontri due settimane fa, concorda con la dichiarazione. Il Presidente Lincoln, nel frattempo, è stato impegnato in incontri a porte chiuse con la NASA e i maggiori scienziati, per discutere di un'imminente lancio nello spazio. Siamo stati informati dell'allestimento di una missione con equipaggio definita "molto rischiosa". I membri della NASA dicono che verrà presto stabilita la data del lancio.
«Altre notizie: Mark Twain ha provocato una certa agitazione nei circoli culturali chiamando la morte accidentale di Hemingway per annegamento la scorsa settimana "un giorno fortuito per la Letteratura Americana", e una "non grave perdita". Twain, che ha espresso tali commenti dalla sua casa nel Connecticut, dove vive con la moglie e le figlie, e dove si dice che stia lavorando al seguito di Huckleberry Finn,ha continuato: "Quello stupido è riuscito a badare a se stesso solo la prima volta, e questa volta la Provvidenza è stata tanto gentile da tendere una mano". Hemingway è stato strappato dalla sedia sul ponte di poppa della sua barca martedì scorso, quando un pliosauro ha strappato l'esca da marlin dalla sua lenza da pesca a traina. Hemingway si era vantato con gli amici a bordo di non aver bisogno di assicurarsi con le cinghie alla sedia.
«Sport: la World Series verrà giocata quest'anno, anche se con un po' di ritardo. Il Commissario per il Baseball Mountain Landis ha annunciato che il campionato inizierà il quattordici novembre...»
Bertie ha spento la radio.
«Ci troveranno, Bertie?» ha domandato mio padre.
Lei ha riportato la birra al divano, e si è seduta senza parlare.
«So io la risposta,» ha detto Sully.
«Sully ed io stavamo parlando, appena prima che voi entraste,» ha continuato mio padre. «Abbiamo avuto tutti e due un sogno molto interessante ieri notte.»
Bertie ha spostato lo sguardo da uno all'altro. «Anch'io ho fatto un sogno...» ha detto lentamente. «E c'erano dei nuovi particolari.»
«Sì...» ha confermato mio padre.
«Quando pensate che sarà?» ha chiesto Bertie.
Mio padre ha guardato davanti a sé con occhi che non vedevano. «Un giorno, forse due.»
«Sì, mi sembra corretto,» ha detto Sully.
Bertie si è alzata, ha raccolto le bottiglie vuote e le ha sostituite con altre fresche. «Bevete, amici. Dobbiamo fare dei piani.»
«Claire, ti dispiace lasciarci soli?» ha detto mio padre.
«Vai di sopra a dare un'occhiata a Chub, cara,» ha detto Bertie mettendomi una mano sulle spalle.
Io mi sono alzata e sono uscita.
14
Né mio padre, né Bertie, né Sully mi hanno detto quello che hanno discusso durante la loro riunione. Ma quello stesso pomeriggio Bertie mi ha portato nella dispensa di Chub e ha acceso la luce all'interno. Era uno sgabuzzino, profondo quattro o cinque piedi, con scaffali pieni di pacchetti di patatine, carne in scatola, scatole di tonno formato comunità, e altri generi alimentari. Fuori nella cabina Chub stava guardando Il Ritorno dello Jedi,e di tanto in tanto sollevava lo sguardo su di noi. «Qui c'è quello che devi sapere,» ha detto Bertie. Ha infilato la mano sotto il quarto scaffale dall'alto. «Guarda qua sotto.»
Io mi sono abbassata e ho visto un minuscolo interruttore.
«Sposta questo,» ha detto Bertie, «e osserva quello che succede.»
Ho girato l'interruttore. La parete destra dello sgabuzzino si è spostata all'indietro e di lato, lasciando uscire una zaffata di aria umida. Bertie è entrata nell'apertura, ha tastato all'interno, e ha girato un altro interruttore, illuminando una piccola stanza. Sul pavimento c'erano dei giacigli di legno, un paio di coperte ripiegate, e una cassa per sedersi. La parete di fondo era l'interno dello scafo metallico dell'Arca.
«Non è molto, ma è sicuro se serve,» ha detto Bertie. «Ho nascosto Chub qui dentro un paio di volte, quando la Guardia Costiera ha deciso che non potevo tenere un gorilla a bordo. Specie in via di estinzione, eccetera. La maggior parte dei ragazzi della Guardia Costiera era d'accordo, ma uno stitico del porto di Los Angeles aveva deciso di andare per via legale. Non ha mai trovato Chub qui dentro. E ha anche perso le elezioni.»
Avevamo dato uno sguardo a Chub, all'esterno, che ci ha guardato e ha fatto un sorriso smagliante.
«Ho dovuto nascondermi qui dentro anch'io nell'ottantasei, quando sono stata abbordata dai pirati.» Ha notato la mia espressione stupita. «Oh, sì, cose simili esistono ancora. Adesso hanno motoscafi ad alta tecnologia, sonar, un sacco di armi. Mi avrebbero ucciso se mi avessero trovato. Invece, si sono limitati a prendere ogni scatola e ogni animale che hanno trovato a bordo. Hanno rubato anche la collezione di videocassette di Chub.»
Chub ha fatto un grugnito di protesta.
«Così ascoltami bene. Quando e se le cose qui attorno cominciano a precipitare, tu corri in questa stanza.» Mi ha mostrato l'interruttore alla parete, e come aprire e chiudere la porta. «E non preoccuparti di tuo padre, di Sully, e di me. Saremo qui dentro con te, se potremo.»
Abbiamo lasciato la stanza segreta. Chub si stava agitando sulla poltrona. Ancora una volta la Principessa Leia era apparsa sullo schermo. Bertie ha scosso la testa, e ha dato una pacca affettuosa a Chub mentre gli passavamo accanto. La scimmia le ha sorriso, ha sorriso a me, ed è ritornata a guardare la televisione, mugolando di piacere.
«Dannata scimmia,» ha detto Bertie.
15
Il giorno dopo piovigginava, ma la navigazione procedeva senza problemi.
«Noi ci troviamo circa... qui,» stava dicendo Bertie, indicando un punto sulla carta nella sua cabina. «Diretti a ovest della Queen Charlotte Island. Buon vecchio Canada. Adesso ci sarà un sacco di scheletri di alci che scorazzano quassù. Una volta ho avuto un alce a bordo. Più stupido di una mucca. E non ho mai visto tanto sterco in tutta la vita! Comunque,» ha continuato tracciando una linea col dito verso ovest, fino a raggiungere un sottile arcipelago con le isole allineate in fuori come perline dal fondo dell'Alaska, «queste sono le Aleutine, e queste,»ha detto isolando una parte delle perline, «Sono le Fox Islands. È lì che giriamo verso nord, e da lì questa nave può andare da sola, dritto su per lo Stretto di Bering fino alla Penisola Seward. Proprio a nord di Nome, ad ovest di questa piccola protuberanza,» ha indicato la parte più orientale dell'Alaska continentale, «ecco dove stiamo andando.» Ha spostato il dito sull'acqua tra i due continenti dell'Asia e del Nordamerica, dove c'era una macchiolina di terra. «Eccola, l'isoletta di Diomede. Proprio in mezzo allo Stretto di Bering. Proprio nel centro sputato tra Ovest e Est.»
Sully, mio padre e Bertie stavano guardando me, e Bertie ha parlato ancora. «Questo è quello che dicono i sogni, Claire. E lì è dove dovresti andare. Hai una vaga idea del perché?»
Io ho fatto segno di no con la testa.
«Bene,» ha detto Bertie, «comunque sia, ti porteremo là.»
Nella stanza è scattato un segnale d'allarme. Su tutta la nave i campanelli suonavano, e gli animali emettevano serie infinite di versi.
«Uh-oh,» ha detto Bertie. «Sembra che stiamo per ricevere visite. Questo è l'allarme delle cinque miglia. Andiamo a vedere con che cosa abbiamo a che fare.»
Il ponte era illuminato da un altro splendido giorno, il vento era calmo, il fumo delle ciminiere dell'Arca si levava dritto verso l'alto e poi si disperdeva dietro di noi mentre sbuffando navigavamo verso nord. Il cielo era intensamente azzurro, l'aria frizzante odorava di acque pulite e profonde.
Bertie ha scrutato il cielo col binocolo, poi ha percorso i quattro orizzonti del mare. I campanelli continuavano a suonare.
«Meglio salire sul ponte di comando. La faccenda non mi piace per niente. Non vedo un accidente.»
Siamo saliti dietro a lei; tutti assieme nella timoniera si stava un po' stretti.
Bertie si è messa a studiare i suoi strumenti. Di notte gli schermi verdi riempivano la timoniera di una luce misteriosa, ma a mezzogiorno, per la splendente luce del sole che riempiva le alte vetrate, Bertie doveva avvicinarsi parecchio, riparandosi gli occhi, per poterli vedere.
«Diavolo,» ha esclamato socchiudendo gli occhi. «Niente nell'aria o sulla superficie. È sotto di noi, ma è piuttosto pìccolo.» Ha toccato un interruttore. I campanelli d'allarme hanno subito taciuto, lasciando solo le strida degli animali come avvertimento. «Se dovessi tirare a indovinare, direi che potremmo avere la compagnia di un piccolo balenottero azzurro - diavolo! Non è una balena. Adesso so cos'è!»
Come ha finito di parlare una slanciata forma metallica è emersa di fronte alla prora. La sgocciolante finestrella della torretta di comando mostrava la faccia di uno scheletro. La macchina si è inclinata all'indietro nell'acqua, e ha sollevato due bracci meccanici con delle pinze artigliate alle estremità.
L'intera macchina si è poi immersa.
«Tutti sul ponte! Sully, sai dove sono i cannoni! Portami quella cosa superficie-superficie e un paio di bombe di profondità! Se non l'affondiamo subito ci aprirà una falla nello scafo!» Mentre parlava l'Arca ha rollato debolmente, e si è sentito un tonfo sordo alla fiancata destra.
«Muoviti, Sully!»
Sully era già sceso dal ponte di comando, e stava facendo i gradini a due alla volta. Si è precipitato attraverso il ponte, quando è risuonato un altro colpo.
«Quella cosa viene da San Diego,» ha detto freneticamente Bertie. «È un sottomarino di ricerca di nome Granchio. Io c'ero quando una volta la Marina ha fatto una dimostrazione. Non è provvisto di siluri, non ne ha bisogno per fare danni. Ha aperto uno squarcio grande come la vostra faccia nella fiancata di una nave e l'ha affondata in cinque minuti.»
Ancora un tonfo alla nostra fiancata. L'Arca si è piegata leggermente a sinistra prima di ritrovare l'equilibrio.
Abbiamo seguito Bertie fuori dalla timoniera e giù sul ponte. Sporgendoci dal parapetto di destra potevamo appena distinguere la cupola del sottomarino sotto il pelo dell'acqua.
Sully è ritornato portando un lungo tubo poco maneggevole e un sacco di tela, e li ha appoggiati sul ponte. Bertie ha cominciato a lavorare al tubo, caricandolo e controllandolo.
«Dobbiamo allontanare quella dannata cosa dalla nave prima di poter usare questo,» ha detto Bertie.
Sully ha frugato nel sacco e ha tirato fuori due granate a mano. «Le bombe di profondità dei poveri,» ha detto Bertie, afferrandone una. Si è sporta dal parapetto, ha tirato l'anello e ha contato fino a tre, poi l'ha lasciata cadere discosto dalla nave. La granata ha colpito l'acqua ed è esplosa. Subito il sottomarino si è immerso sparendo alla vista, senza subire danni.
«Maledizione!»
Pochi momenti dopo c'è stato un altro botto all'altra fiancata dell'Arca.
Chub è salito sul ponte, ha guardato incuriosito dalla botola e si è arrampicato fuori, dirigendosi alle gabbie vicine per cercare di calmare gli animali innervositi.
«Se solo potessi vedere,» si lamentava mio padre.
Siamo andati dall'altra parte della nave e abbiamo guardato oltre il parapetto. Lì c'era il sottomarino giallo, appena sotto la superficie, attaccato allo scafo.
«Se fa un buco in quel punto rovinerà la birra nella stiva,» ha detto Sully sorridendo. Si è arrampicato in cima al parapetto. «Non posso permetterglielo.»
«Sully, scendi di lì!» ha gridato Bertie. «Se deve andarci qualcuno, ci andrò io. Quella cosa ha un timone dietro, tra la coda e l'elica. Spacca il timone, e non andrà da nessuna parte. Ma come...»
Sully era già oltre il parapetto, con due granate a forma di ananas strette una in ogni mano. «Devo salvare quella birra!» ha detto.
«Sully!» Bertie ha cercato di fermarlo, ma il commesso viaggiatore si è lasciato cadere in acqua.
«Oh, Signore,» ha detto Bertie.
Sully è scomparso sotto le onde. L'abbiamo visto cadere accanto alla torretta del sottomarino, e scivolare indietro, afferrarsi con una mano alla coda e sparire alla nostra vista sotto la macchina.
Di nuovo il sottomarino ha colpito la fiancata dell'Arca, e la nave è stata percorsa da un tremito.
«Ha aperto una breccia nella stiva davanti,» ha detto Bertie. Si è allontanata lungo il parapetto ed è tornata con un salvagente legato a un lungo rotolo di corda. «Se Sully torna su, gettategli questo.» Con riluttanza si è staccata dal parapetto ed è corsa al boccaporto di prua. «Devo vedere se il danno è grave, e sigillarlo se posso,» ha detto scendendo nella stiva.
Un momento dopo c'è stata un'esplosione, e uno zampillo d'acqua si è levato dalla parte posteriore del sottomarino. Quando l'acqua si è calmata, il sottomarino si era spostato in fuori e indietro, e il motore emetteva un violento ronzio. Una forma umana è risalita in superficie. «Credo di averlo preso!» ha urlato Sully.
Con l'aiuto di mio padre ho sollevato il salvagente oltre il parapetto e l'ho gettato in acqua davanti a Sully, che l'ha afferrato.
Sotto di lui il Granchio si è alzato, e mentre Sully si aggrappava al salvagente uno dei bracci del sottomarino si è aperto in una torsione e l'ha stretto alla vita.
Sully ha urlato.
La torretta del sottomarino è uscita per un istante dall'acqua. Dietro il vetro la testa di uno scheletro guardava Sully ghignando.
Sully si è attaccato al salvagente e ha cercato di liberarsi dal braccio, e noi abbiamo tirato forte la corda.
Bertie è ritornata portando una bracciata di fucili e li ha buttati sul ponte. Ha guardato giù dal parapetto e ha chiamato: «Sully!»
La pinza si è stretta attorno alla vita di Sully, che ha inarcato la schiena con un lamento e ha lasciato andare il salvagente. Il sangue gli è sgorgato dalla pancia in acqua. L'artiglio si è chiuso di più, Sully ci ha guardati, ha sollevato le braccia e ha spalancato la bocca, poi le braccia sono ricadute senza vita.
L'artiglio l'ha tenuto sollevato a metà fuori dall'acqua, e quando si è trasformato in scheletro, e la carne si è dissolta, e in lui è ritornato il fremito della vita, si è chiuso di nuovo.
Inarcandosi un'ultima volta con un urlo straziante, Sully è diventato polvere ed è precipitato tra le onde.
«Sully...» ha chiamato Bertie.
L'artiglio vuoto del sottomarino si è mosso nell'acqua. Dalla parte posteriore si levava sempre uno stridore metallico. La macchina è andata a sbattere contro la fiancata dell'Arca, è rimbalzata via, ed ha sbattuto di nuovo.
Con rabbia Bertie ha tirato fuori una granata a mano dal sacco, e ha tirato l'anello. «Affondate, bastardi,» ha detto lasciando cadere l'esplosivo sul sottomarino.
Lo scoppio ha frantumato il vetro della torretta, e l'acqua si è riversata nell'apertura. La macchina si è allontanata dall'Arca, rovesciandosi quasi su se stessa. Dopo pochi attimi ha alzato il muso e si è abbassata tra le onde, ronzando rumorosamente.
«Povero Sully,» ha detto Bertie girandosi dall'altra parte. «La falla era in un compartimento che sono riuscita a isolare.» Ha sorriso con aria triste. «È lì che c'era la Carta Bianca. La pezza non durerà per sempre. Imbarcheremo lentamente acqua, ma ci porterà dove dobbiamo andare.»
Il sottomarino è sparito alla vista, e il ronzio è stato zittito dalle onde. Distaccata dalla macchina ho visto la forma di uno scheletro che nuotava verso la prua dell'Arca, e l'ho indicata.
«Sono riusciti a tirarsi fuori, maledizione,» ha detto Bertie.
A poppa della nave i versi degli animali hanno ripreso, e abbiamo sentito un colpo di pistola.
«Svelti, andate avanti,» ci ha detto Bertie. Ha messo un fucile in mano a mio padre e ne ha preso uno per sé. «Dobbiamo allontanarli da poppa, per poter entrare nello sgabuzzino nella dispensa di Chub.»
Anch'io ho preso un fucile.
Uno sparo è risuonato alto sulla nostra testa. Ci siamo diretti verso la prua.
«Quel sottomarino tiene due posti, se non sbaglio,» ha detto Bertie.
In mezzo alla nave è apparso uno scheletro armato che si spostava da una cassa all'altra. Bertie ha preso la mira e ha sparato. Lo scheletro ha gridato, ha sollevato le mani, ed è esploso in polvere.
«E uno.»
Una voce ha chiamato: «Claire? Colonnello Coine?» Ha fatto una pausa e poi ha detto: «Vi ricordate di me? Il vostro giustiziere?»
Era la voce dell'uomo di nome Earl, l'uomo che aveva aiutato me e mio padre a scappare da Margaret Gray.
«Naturale che vi ricordate di me,» ha continuato Earl. «Avete ammazzato solo il pilota del sottomarino. Era un... uomo in gamba.» Earl ha riso. «A proposito, aveva ragione, Colonnello, su quella battaglia. Ma tutto è andato per il meglio. È sorprendente come le cose sembrino diverse dopo essere stati convertiti. Mi sono sentito malissimo per quello che ho fatto, per avervi lasciati scappare in quel modo.»
«Fatelo parlare,» ha sussurrato Bertie. «Io lo prendo alle spalle.» E si è allontanata. «Perché non vieni con me, Claire?» ha proseguito Earl. «C'è un'enorme quantità di gente interessata a te. Credimi, sei una specie di celebrità.»
Nel punto dove c'era stato il pilota ho visto uno scheletro fare capolino e subito tirarsi indietro.
«Hanno mandato solo voi?» ha chiesto mio padre.
«Colonnello Coine! Che piacere sentirla! Per rispondere alla sua domanda, sì, siamo solo noi. È stata dura convincerli a lasciarci provare. A quanto pare il Presidente Lincoln crede che sia una perdita di tempo cercare di trovare Claire in questo modo.» La sua voce era ragionevole, pacata. «Se vi arrendete, vi prometto che incontrerete Lincoln, non sarebbe emozionante?»
«Sì, in effetti,» ha detto mio padre.
«Se solo...»
È risuonato uno sparo, e nello spazio tra le due casse ho visto lo scheletro svanire in polvere.
«È tutto a posto!» ha gridato Bertie. «È finita!»
Quando l'abbiamo raggiunta stava prendendo a calci il mucchietto di polvere che era stato Earl. «Povero Sully,» stava dicendo. «Propongo di bere le ultime Carta Bianca fresche nella mia cabina, alla sua salute. Era un tipo dannatamente in gamba. Credo anche che dobbiamo fare un piccolo festeggiamento, visto che, almeno nel nostro caso, i sogni non si sono avverati.»
16
«Voglio che tu stia qua dentro tutte le notti finché non saremo arrivati all'isoletta di Diomede,» mi ha detto Bertie in piedi sulla soglia dello sgabuzzino segreto nella cabina di Chub mentre sistemavo le coperte sul letto. «Quell'Earl potrebbe aver mentito quando ha detto che il Granchio era l'unica nave che hanno mandato al nostro inseguimento. Come minimo il Granchio potrebbe aver comunicato via radio la nostra posizione. Potrebbero essercene in giro altri che ci stanno dando la caccia.»
Mi sono infilata a letto. Dietro a Bertie vedevo la sagoma di Chub nella sua poltrona, e la faccia contenta ombreggiata dal bagliore azzurrognolo della televisione. Si sentiva la colonna sonora di Guerre Stellari.
«'Notte, bambina,» mi ha detto Bertie.
Mi sono sollevata e l'ho baciata sulla guancia. Bertie è tornata con passo pesante nella cabina di Chub. Mentre chiudeva dietro di sé la porta dello sgabuzzino l'ho sentita dire: «Andiamo, Chub, sul ponte. Puoi guardare quelle scempiaggini più tardi. Devi badare a un paio di quelle creaturine. Domani attraversiamo lo Stretto!»
La porta si è chiusa.
Ho dormito.
Quando mi sono svegliata avevo la precisa sensazione di aver dormito solo pochi minuti, eppure l'aria era differente. Ogni cosa sembrava diversa.
Mi sono alzata dal letto e ho aperto la porta. La cabina di Chub era vuota, e il nastro di Guerre Stellari continuava a girare.
Ho salito le scale fino sul ponte. Era tutto tranquillo. Il cielo era pieno di stelle, e una leggera nebbiolina era calata sulla superficie del mare, creando un'atmosfera da sogno.
Ho pensato di essere sciocca, e mi sono girata per ritornare giù in cabina.
«Non è così male, Claire.» Mi sono rigirata e ho visto lo scheletro di Bertie. Le sue ossa riportavano i segni di un taglio alla base del collo. Accanto a lei c'era lo scheletro di Margaret Gray, che irradiava una debole luce verdognola nell'oscurità.
«Sì, io,» ha detto Margaret Gray. Ha alzato le mani, una delle quali stringeva un lungo coltello, al cielo. «Il Signore mi salverà! Ed ecco, io risorgerò in paradiso!»
«Quel sottomarino aveva tre passeggeri,» mi ha spiegato Bertie. «Ma come ti dicevo, Claire, non è così ma...»
«Questo ti piacerà ancora di più,» ha detto ferocemente Margaret Gray, vibrando col coltello un fendente nel collo di Bertie.
«Oh...» Con un gemito, portandosi le mani alla gola, Bertie è diventata polvere.
«Tuo padre lo stesso,» ha detto Margaret. Ha gettato indietro la testa e ha urlato: «La vendetta è mia!», poi è avanzata verso di me.
Io sono scappata lungo la passerella giù nella cabina di sotto, sono corsa allo sgabuzzino segreto, ho aperto la porta, sono entrata, ho richiuso la porta e mi sono acquattata al buio.
La porta della stanza si è aperta, e lì c'era Margaret Gray, con le ossa che palpitavano di un nauseabondo color limone.
«Non penserai che la tua grassa amica Bertie non mi abbia parlato del tuo nascondiglio, bambina?» La sua mano si è stretta sull'impugnatura del coltello, e Margaret ha fatto un passo nella stanza.
«Spero che il bagliore delle mie ossa non ti infastidisca. Stare a cinquemila piedi da un'esplosione nucleare ti avrebbe ridotto allo stesso modo. Adesso vedremo chi è la prescelta,»ha sibilato Margaret.
Alle sue spalle il volume della televisione è stato soffocato da un urlo animalesco rabbioso e roboante.
Margaret si è voltata di scatto e ha visto Chub furioso e imponente dietro di lei.
«Abominio!»
Ha abbassato il coltello, ma la scimmia le ha afferrato il braccio e ha stretto.
Margaret ha lasciato cadere il coltello con un grido, e tutti e due si sono spostati nella cabina di Chub. Margaret è riuscita a liberarsi e si è tuffata per recuperare il coltello, ma la scimmia, grugnendo di rabbia, l'ha afferrata mentre tentava inutilmente di afferrare l'arma, l'ha sollevata sopra la testa; Margaret è stata girata contro la parete opposta, e si è trovata a guardare dritto l'enorme poster di Chub con la testa di Darth Vader.
«Noooo!» ha strillato Margaret allungando le mani e cercando di fare una torsione a mezz'aria mentre Chub la scagliava contro il poster. Il collo le si è piegato a un angolo innaturale, e si è dissolta in polvere.
Chub è venuto da me, e mi ha guardato con quei suoi occhi tristi e intelligenti. Esitante, ha teso una mano e ha grugnito con dolcezza. Alla televisione era riapparsa la Principessa Leia. Ho gridato, e ho lasciato che Chub mi abbracciasse.
Più tardi, quella notte, abbiamo raccolto i resti di Bertie, e quelli di mio padre, e siamo andati al parapetto a poppa della nave, a guardare i fili di nebbia che giocavano sulle onde del mare. Prima Chub ha disperso la polvere di Bertie, e poi io ho lasciato andare quella di mio padre. Siamo rimasti a guardare la polvere che volava via, si disperdeva, e spariva. La nave avanzava, e si lasciava indietro le ceneri.
Chub è andato alla timoniera, e io sono restata lì, a guardare le onde e la nebbia che si sfilacciava. Durante la notte Chub ha guidato la nave oltre le Aleutine, e io ho visto scivolare via le loro distanti e indistinte coste.
Per tutto il giorno seguente Chub è rimasto al timone e ha governato la nave.
All'orizzonte orientale si profilava la massiccia costa dell'Alaska.
Quella sera, mentre scendeva uno splendido tramonto, e ogni animale a bordo iniziava a stridere e strillare per l'eccitazione, ho visto apparire e crescere davanti ai nostri occhi il poggio boscoso dell'isoletta di Diomede.
E ho pianto, perché qualcosa nel seme aperto del mio cuore in boccio mi diceva che ero a casa.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
LE MEMORIE DI PETER SUN
1
Freddo.
Non potevo ricordare un momento in cui non avessi avuto freddo. Ormai sembrava naturale: le mani erano sempre fredde, le dita si muovevano sempre come ghiaccioli scricchiolanti, i piedi non erano mai altro che insensibili e di piombo. Il torpore era naturale. Nel profondo del mio essere forse poteva esserci stato un angolo che avesse ospitato del calore, ma non riuscivo a convincermene. Se mi avessero detto che ero stato tramutato in ghiaccio e neve, allo stesso modo che un albero si pietrifica e diventa sasso, ci avrei creduto. Ma non potevo credere che in me scorresse ancora del sangue.
Se non fosse stato per il lupo che avevo chiamato Jack, sarei morto il primo giorno. Non solo mi offriva protezione dal freddo di notte, era anche intelligente, e mi guidava, nel bianco mondo innevato, alle formazioni naturali che garantivano la migliore difesa dal vento mortale e dalle tempeste di neve. Era la mia guida e il mio insegnante. Quando iniziai a montare la tenda al termine del primo giorno, lui si sedette e osservò con aria critica. Quand'ebbi finito si alzò con calma, trotterellò a un angolo, e si appoggiò col proprio corpo alla corda tesa. Immediatamente il picchetto saltò fuori dal terreno. Io lo guardai sbuffando, frustrato, e poi mi misi a ridere. «Va bene, e come devo fare?»
Jack si sedette e mi guardò pacificamente, con la lingua che gli penzolava tra i denti.
Provai di nuovo, e di nuovo Jack divelse il picchetto dal terreno con estrema facilità.
«Andiamo, Jack, fammi vedere come si fa!»
Il lupo si sedette e si limitò a fissarmi. Io rimisi il picchetto nel terreno, più in fretta e in profondità che potei. Stavolta quando Jack si mosse per levarlo, lo fermai e gli dissi: «No!»
Lui mi guardò, poi si voltò e si allontanò.
Io finii il lavoro, e misi al riparo tutta la nostra attrezzatura, stendendo le coperte come pavimento.
Dopo aver tribolato un poco col radiatore, finalmente riuscii a metterlo in funzione, e produsse un piccolo alone di calore all'interno della tenda.
Orgoglioso di me stesso cominciai a togliermi i primi strati di vestiti, lasciando che il calore mi facesse sudare. Jack venne all'apertura della tenda, e mi guardò scettico.
«Su, entra!» gli dissi, ma si rifiutò. «Non ti piace nemmeno il radiatore? Non vuoi stare al caldo?»
Il lupo mi fissò, inespressivo. Il forte vento fece tremare la tenda, ma i picchetti tennero.
«Ha! Che il diavolo ti porti, allora,» dissi volgendogli le spalle.
Mangiai un pasto di fagioli caldi, misi il radiatore al minimo, poi mi avvolsi in uno dei sacchi a pelo e mi addormentai.
Mi svegliai con Jack che mi scuoteva col muso. Aprii gli occhi e sulle palpebre sentii i fiocchi di neve. Mi sedetti, semicongelato, e mi strinsi le braccia attorno al corpo. Il sacco a pelo era coperto di neve che era stata sciolta dal radiatore e si era poi solidificata in ghiaccio.
«Cristo!»
Il cielo era pieno di stelle, e un quarto di luna illuminava il mondo di una luce argentea. La tenda era volata via, strappata dal terreno dal vento freddo. Ogni cosa attorno a me era coperta da uno strato di ghiaccio spolverato di neve. Trovai i miei indumenti esterni, ne scossi via la neve, li infilai, e chiusi le cerniere. Dentro erano freddi.
Il lupo si girò e si allontanò da me trotterellando.
«Dannazione! E adesso cosa c'è?»
Tremando mi alzai e lo seguii.
La tenda era a mezzo miglio di distanza, appallottolata e arrotolata in una fessura che aveva fermato la sua scivolata sul ghiaccio. Era dura ghiacciata, e dovetti tirarla via a forza e spiegarla come se fosse una lastra di metallo contorto.
I picchetti erano introvabili.
«Non è stata una grossa perdita, eh, Jack?» gli dissi.
Era impossibile rizzare di nuovo la tenda quella notte. Jack trotterellò attorno alla parete della nostra fessura, si sdraiò in un punto dove il vento non arrivava, e si mise a dormire. Io presi il mio sacco a pelo e mi sdraiai accanto a lui. Silenziosamente il lupo avvicinò il suo corpo al mio, coprendomi per metà. In breve mi scaldai, e caddi addormentato.
2
Il giorno dopo facemmo quasi un centinaio di miglia. Le nuvole si alzarono un poco, e con esse il vento. Il nevischio danzava e turbinava come un derviscio.
Non attraversammo nessuna città. Il mondo era un interminabile lenzuolo bianco. A volte Jack stava sul gatto delle nevi con me, altre volte improvvisamente balzava giù per sfrecciare avanti sulla neve. Succedeva che nel corso di queste gite lo perdessi di vista in un nebbioso turbinare di nuvole, ma sempre poi lasciava che lo raggiungessi.
«Perlustrazione, eh?»
Con la lingua penzoloni saltava di nuovo sul gatto delle nevi, mentre rallentavo per farlo salire, e si raggomitolava dietro.
Alla fine della giornata ancora una volta tentai di rizzare la tenda. Durante il viaggio l'avevo lasciata appesa dietro, e il vento e il sole l'avevano ammorbidita al punto da poterla piegare e riporre. Quando fu il momento di usarla ancora, era abbastanza maneggevole.
Di nuovo Jack mi guardò con aria critica. Mi aveva fatto fermare vicino a un'altra sporgenza rocciosa. Ero riuscito a scalzare un paio di grosse pietre e cercai di usarle come pesi per fissare gli angoli della tenda. Quando Jack si diresse a un angolo che avevo zavorrato in quel modo, lo fermai e gridai: «D'accordo, ho capito!» mi misi le mani sui fianchi. «Cosa devo fare?»
Il lupo andò al gatto delle nevi e ficcò il muso nell'attrezzatura che avevo caricato dietro. La sollevai e vi frugai in mezzo, ma non vidi niente che potesse essermi utile.
Jack toccò con la zampa la punta di qualcosa di lungo che sporgeva. Lo spinsi indietro e scoprii un fascio di picchetti lunghi. «È così, allora?»
Il lupo si girò e trotterellò fino alla tenda. Io lo seguii ridendo, con i picchetti.
Iniziai a martellarne uno in un angolo, diritto, e ancora una volta Jack mi fermò. Spinse il picchetto col muso e con la zampa, cercando di tirarlo indietro.
«Inclinato, giusto?» Tolsi il picchetto, lo inclinai opposto alla tenda, e lo piantai di nuovo. Jack lasciò che finissi il lavoro.
«Vuoi controllare?» dissi, tirandomi indietro, e aspettando che provasse a divellere i picchetti. Invece si diresse al lembo della tenda, lo scostò, e entrò.
«Che lupo incredibile,» dissi scuotendo la testa. Scoppiai a ridere e seguii Jack nella tenda.
Quando fece obiezione al mio voler accendere il radiatore, scelsi un compromesso. Lo portai fuori, cucinai un pasto caldo per entrambi, poi lo ricaricai sul gatto delle nevi. La coperta per pavimento me la lasciò tenere. Non protestò quando accesi per un poco la lampada, giusto per diradare un poco le tenebre, e quando infine la spensi e mi sdraiai per dormire Jack si raggomitolò contro di me.
Quella notte, completamente al riparo dal vento, con accanto il caldo corpo dell'animale, dormii profondamente, e al mattino stavo così comodo che non volevo alzarmi.
3
Il giorno seguente il nevischio aumentò. A metà mattina le nuvole grigie si erano scurite e ingrossate di neve, e il vento si era fatto pungente. Jack mi fece fermare prima che la tempesta si sfogasse nel pieno della sua violenza. Io pregavo che ci fosse una città lì vicino, e quando Jack andò molto avanti in una delle sue missioni di perlustrazione pensai che l'avesse trovata. Invece, quando lo raggiunsi, semplicemente si rifiutò di salire sul gatto delle nevi e mi costrinse a fermarmi.
«Andiamo, su, ancora un pezzetto, forse più avanti c'è un rifugio.»
Lui mi guardò con quei suoi occhi calmi.
«Va bene, dannazione.»
Accesi il motore e seguii lentamente Jack che si era voltato e stava trotterellando via nel nebbioso candore.
Ebbi appena il tempo sufficiente per montare la tenda nell'incavo di una roccia sporgente prima che la tempesta esplodesse in tutta la sua forza, in un modo che non avevo mai visto prima. L'aria stessa divenne bianca, la neve cadde a lenzuola, interi pollici per volta.
Strisciai nella tenda, e Jack mi seguì. Tirai indietro il cappuccio del parka e iniziai a togliermi i guanti per poter aprire una scatola di fagioli. Ma Jack chiuse la bocca sul mio guanto, impedendomelo.
«Cosa, niente cibo?»
Attese che rimettessi il cappuccio e col muso mi fece capire di sistemarmi per dormire, in posizione raccolta.
«Ho capito bene, Jack? Dormiamo finché non è finito?»
In risposta sentii il suo corpo forte e pesante raggomitolarsi contro il mio, e lo sentii emettere un profondo sospiro di rilassamento. Ben presto si addormentò.
Nonostante fossi stanco, il sonno non venne così in fretta. Giacqui fissando un lato della tenda, ascoltando il vorticante sibilo dei fiocchi di neve sul tessuto. Dall'ombra della luce esterna vedevo che la neve vi si stava ammucchiando contro. Il mondo era pervaso da un suono dolce e sibilante.
Tentai di ricordare quello che mi era successo. Oltre al freddo, ricordavo poco. Il volto di Reesa mi apparve alla mente. Per un istante la vidi distintamente sorridere, sentii la curva del suo corpo contro di me. Ma già stava svanendo dalla memoria. Mi spaventava averla dimenticata così facilmente.
«Io sono Kral Kishkin?» chiesi a me stesso. Il nome di Peter Sun, e tutti gli altri, sembravano non avere alcun significato.
Sì, tu sei Kral Kishkin.
E poi d'un tratto mi addormentai, e proprio al culmine della coscienza, mentre precipitavo nel sonno, ecco il sogno della ragazza dalla carnagione scura, così vera che potevo quasi toccarla, potevo quasi sentire il profumo dei fiori nel prato attorno a lei. Alle sue spalle, stagliata contro il cielo, c'era una nave inclinata, e quando aprì la bocca per parlare venne circondata da grida di animali e uccelli...
4
Secondo i confusi mutamenti del cielo da chiaro a scuro, grazie ai quali potevo calcolare il passaggio dal giorno alla notte e ancora al giorno, la tempesta durò tre giorni.
Il primo giorno Jack non volle lasciarmi alzare, e non ebbi difficoltà ad obbedirgli. Avevo un'acuta consapevolezza del freddo, e sapevo che se avessi lasciato il caldo cantuccio che io e il lupo avevamo creato, anche solo per un istante, il freddo mi avrebbe pervaso e non sarebbe più scomparso. Quando passarono i primi morsi della fame, restare dove mi trovavo divenne più semplice. Osservavo i cambiamenti di luce dalla parte superiore della tenda. Ogni cosa si tramutò in un sogno vivente, il tempo sembrava sospeso. Scoprii che la mia mente era in grado di modellare il tempo, se volevo, di far sembrare che il giorno passasse più rapidamente, di sospendersi nel continuum. Dopo il giorno veniva la notte, e poi di nuovo il giorno, e tutto era come minuti per la mia coscienza intorpidita.
Ma verso la fine del secondo giorno la fame non poté più essere ignorata. Il lupo mi permise di sedermi. Immediatamente desiderai sdraiarmi di nuovo, e ritrovare quel luogo di calore. Con le tremanti mani guantate afferrai una scatola di fagioli, e cercai di aprire il coperchio.
Ci volle molto tempo, ma finalmente, tremando di freddo, rovesciai un po' di fagioli freddi davanti a Jack e mi accovacciai scosso dai brividi a mangiare il resto. Nella mia mente sorse la visione di un tè, e non volle abbandonarmi. Pronto a subire l'ira di Jack accesi il radiatore al minimo, godendo del luminoso calore che emanava, e sciolsi un po' di neve. Con mia grande sorpresa il lupo ignorò le mie azioni e accettò una ciotola di acqua fumante quando gliela misi davanti. Per me feci una tazza di tè, e mi sedetti a gambe incrociate, sorseggiandolo furiosamente, dondolando avanti e indietro, borbottando fra me.
Quando si fu raffreddata Jack bevve la sua acqua, poi mi fissò finché non spensi il radiatore.
«Sei un d-d-d-duro padrone, J-J-J-Jack,» balbettai. Il lupo mi guardò con calma, e si arrotolò per dormire ancora.
Io lo imitai.
Il mattino dopo la tempesta cessò. Ero così sintonizzato col suono sibilante della neve che sferzava la tenda, che quando tacque ne fui subito consapevole.
Tentai di alzarmi, ma il lupo ringhiò, un ringhio basso di gola, e me lo impedì.
A metà pomeriggio Jack mi consentì di alzarmi. La punta della tenda era inanellata da una luce splendente. Dall'altezza della neve contro la tenda, ne erano caduti quasi due piedi.
Più di due piedi. Il nostro piccolo incavo ci aveva protetti da tutto, eccezion fatta per la neve che si era introdotta a forza. Senza quella protezione il gatto delle nevi sarebbe stato sepolto, invece passai solo un'ora e mezzo a liberarlo dalla neve.
Oltre il nostro rifugio il resto del mondo era scomparso. Nel cielo azzurro non c'era una nuvola. La terra era una pianura di biancore. Persino le valli e le colline che avevamo oltrepassato nel nostro viaggio erano state cancellate dalla neve che tutto copriva. Verso est il nostro cammino era una distesa di eternità incolore, senza interruzioni nel paesaggio, né rifugi dal biancore.
Jack trotterellò a breve distanza, si fermò, e si liberò. Poi tornò e mi spinse verso il gatto delle nevi, e si diresse a est finché fu solo un puntino nel bianco immenso. «Il capo sei tu,» borbottai, e levai il campo.
5
Percorremmo altre duecento miglia su quel piatto nulla. Finalmente, dove la linea della tempesta aveva tagliato verso nord, la neve cominciò ad assottigliarsi. Il mondo era ancora bianco in modo accecante, ma adesso le cime delle colline e degli alberi erano visibili. Alla nostra sinistra si levarono le montagne, e scomparvero alle nostre spalle. Quella terra era aspra ma non altrettanto selvaggia, e ricominciai ad avere pensieri di umanità.
Una volta, e solo una, vedemmo traccia di altra vita intelligente. Un pallone solitario, rosso e verde, passò alto su di noi, e la sua forma era una fantastica intrusione nell'azzurro e nel bianco che erano diventati il mio mondo. Era silenzioso, e troppo alto per poter distinguere chiunque nel cesto. Jack si accertò che ci nascondessimo all'ombra di una conifera, finché l'apparizione si fu spostata in un silenzioso tragitto sulla linea dell'orizzonte.
Per il resto della giornata pensai al pallone, desiderai che si levasse nuovamente davanti ai miei occhi, portando un collegamento, colorato seppure tenue, col resto del mondo. Anche Jack sembrò consapevole dell'apparizione, e ci mantenne in prossimità di riparo e rifugio.
Quattro giorni passarono. Il clima si riscaldò percettibilmente, da un freddo che intorpidiva le ossa a un gelo sopportabile. Anche il vento si era sedato. Di notte dormire era quasi pacifico. Tuttavia Jack sembrava inquieto, i suoi viaggi di perlustrazione si facevano sempre più lunghi.
Una volta, quando non ritornò dopo quasi un giorno, pensai di averlo perduto. Fu allora che venni assalito da una vera e propria disperazione. Il pensiero di percorrere da solo quella bianca desolazione era ripugnante. Ero giunto a contare su quell'animale come ben altro che una guida. Temevo che senza di lui, senza quel legame col mondo dei vivi, avrei potuto impazzire.
Ma ritornò. Non l'avevo mai visto tanto agitato. Nonostante stesse scendendo la notte, ringhiò e mi spinse finché non accettai di smontare il campo e ripartire.
Il raggio dei fanali tagliava di netto l'oscurità calante. Jack me lo fece spegnere, e proseguimmo alla luce di una luna quasi piena.
«Non capisco perché non potevamo aspettare domattina,» dissi, ma nella mia voce c'era solo un lieve rimprovero. In quel momento, felice com'ero di rivederlo, avrei provato a seguirlo fin sulla luna.
Viaggiammo per ore. Se Jack aveva fatto tutta quella strada da solo, era davvero una creatura notevole, e a quanto pareva l'aveva fatta. Quando deviavo dal cammino che lui voleva che seguissi, ringhiava e mi spingeva col muso verso destra o verso sinistra, dove inevitabilmente trovavo le orme di Jack a guidarmi sulla neve, che illuminavo per un istante con i fanali.
Dopo metà della notte e altre cinquanta miglia, una città sorse di fronte a noi come una maestosa visione.
Jack si sedette sulle zampe posteriori e ululò.
Era una vista meravigliosa, e mentre ci avvicinavamo divenne ancora più meravigliosa. I minareti si levavano da una distesa piatta e bianca a perdita d'occhio. La neve turbinava per le strade, vergini e immacolate, tranne che per le impronte delle zampe di Jack. I fantastici colori alla luce della luna, l'arancio, il rosso, l'azzurro, erano belli da togliere il fiato. Ogni edificio era sormontato da una coloratissima torre a spirale. Le finestre scintillavano di vetri come gemme, tagliati in complicati disegni. La città sembrava uscita da un racconto delle Mille e Una Notte.
Seguimmo le impronte di Jack lungo la via principale. Gli edifici presentavano alcuni danni. Il silenzio era quasi totale. Le porte dei negozi erano spalancate. La brezza fischiava attraverso una fessura aperta nella finestra di una chiesa riccamente ornata.
Jack gettò indietro la testa e ululò ancora. In risposta giunse l'accenno di un lamento, che echeggiò sussurrando lungo le vie e nei vicoli.
Di nuovo Jack ululò, e di nuovo gli rispose quel grido spettrale. Jack mi guardò solennemente.
«Che cos'è?» chiesi. «Chi sta chiamando?»
Jack mi fece segno di proseguire.
Attraversammo vie silenziose, e la nostra scia sfregiava le strade come un intruso. I negozi si diradarono, trasformati come d'incanto in file di case vivacemente dipinte. Le finestre erano esagonali, a forma di diamante, ottagonali, dipinte, coi bordi smaltati, chiuse da vetri rosa e gialli.
Mi fermai e misi in folle.
Jack ululò ancora, e il lamento rispose, vicinissimo, alla nostra sinistra. Spensi il motore.
Jack saltò giù dal gatto delle nevi e trotterellò davanti a me.
Io lo seguii, prendendo la lanterna e un fucile.
La porta della penultima casa a sinistra era socchiusa, e dall'interno proveniva quel grido inumano. Jack sembrava tranquillo; aprì la porta col muso ed entrò.
Io accesi la lanterna.
L'interno sembrava uscito da un libro di fiabe, con i mobili intagliati disposti in bell'ordine. Una sedia dall'aspetto curioso era stata tirata in mezzo alla stanza. Su di essa c'erano delle corde, e una delle corde era legata attorno al grilletto di un fucile da caccia.
In un angolo della stanza c'era un grande cesto intrecciato di forti ramoscelli.
Jack ululò, e l'ululato risuonò nella piccola stanza come un verso inumano.
Mi avvicinai al cesto. In esso, vivo a malapena, c'era un lupo. Mi chinai ad osservarlo da vicino. Era una femmina, spaventosamente magra, le cui costole si alzavano e si abbassavano come un mantice. Mi guardava con gli stessi occhi calmi di Jack, con la lingua penzoloni.
Tornai al gatto delle nevi. In un attimo avevo scaldato l'acqua, e stavo versando il liquido caldo nella bocca della lupa, mentre Jack mi sedeva accanto e non gli sfuggiva nulla. Tentai anche di nutrirla, ma l'animale non riuscì a tenere giù i fagioli.
Nella stufa a legna accesi un piccolo fuoco, e presto fummo caldi e comodi.
«Come è successo, Jack?»
Il lupo mi guardò con solennità, poi si avvicinò al tavolo vicino alla sedia con le corde. Sul tavolo c'era un taccuino, e lo presi.
Non trovai nulla che riportasse il nome del padrone di casa, ma doveva essere stato un uomo importante. Sul taccuino era registrato il giorno in cui, a caccia sulle colline circostanti, aveva scoperto i resti di un massacro. A quanto pareva altri cacciatori si erano imbattuti in un branco di lupi e li avevano ammazzati quasi tutti. Gli unici vivi erano due cuccioli, Jack, che l'uomo aveva chiamato Chee-na, e una femmina, che aveva chiamato Ra-see. Le parole significavano "luce" e "nuvole". Entrambi gli animali erano feriti.
L'uomo li aveva portati a casa, e li aveva curati fino a guarirli. Dapprima i suoi vicini avevano pensato che fosse pazzo. C'era stato persino un moto di protesta per impedirgli di tenere le bestie. Ma quando Chee-na aveva salvato una ragazza che stava per essere uccisa da un leone di montagna, l'opinione dei cittadini era cambiata. Chee-na e Ra-see erano diventati celebrità locali, coccolati e rispettati.
Il taccuino era pieno di storie di Chee-na e Ra-see. Il tono si faceva più tetro quando cominciava il tempo degli scheletri.
L'uomo, e quasi tutta la città, avevano tenuto a bada l'invasore per giorni. Gli scheletri erano stati isolati, e molti erano stati uccisi. Poi un uomo del luogo, che era superstizioso, si era messo in testa che gli scheletri non dovevano essere fermati; si era suicidato, era diventato uno scheletro, e aveva aperto la città al nemico.
La maggior parte degli abitanti della città era stata uccisa, il resto era fuggito. Solo il padrone dei lupi e pochi altri avevano resistito. Per un poco erano stati lasciati in pace.
Poi erano venuti a sapere che la guardia imperiale locale, ormai tutti scheletri, aveva ricevuto ordine di passare a tappeto ogni città e ogni villaggio, e di eliminare ogni opposizione residua. Era solo questione di tempo. Durante la prima incursione degli scheletri Ra-see era stata ferita, e si era ammalata.
Lo scritto successivo era datato quattro settimane prima. Raccontava di come Chee-na una notte fosse scappato. L'arrivo degli scheletri era previsto numeroso entro pochi giorni. Il villaggio aveva ricevuto la visita di un pallone da ricognizione, rosso e verde, che volava molto alto e diffondeva volantini che ordinavano di deporre le armi e farsi convertire.
L'ultima pagina spiegava come il padrone dei lupi non si sarebbe lasciato convertire. Aveva collegato a una sedia un aggeggio che l'avrebbe ucciso due volte, risparmiandogli così l'umiliazione di piegarsi alla volontà degli scheletri.
La sedia in mezzo alla stanza, coperta di polvere, legata con le corde al grilletto del fucile, raccontava il resto della storia. Misi giù il taccuino. Jack era seduto vicino alla stufa a legna, vigile, con gli occhi fissi sul cesto.
La lupa dormiva.
Mi strofinai gli occhi, portai una sedia vicino al fuoco, e mi sedetti, guardando le fiamme. Verso l'alba mi addormentai, ma Jack era sempre sveglio, attento, quando chiusi gli occhi alla luce bassa della luna che brillava dalle finestre.
6
In due giorni Ra-see recuperò le forze. Un giorno ancora e cominciò a camminare. Il terzo giorno tenne giù i fagioli, assieme a un brodo di manzo che avevo fatto con dei dadi trovati nella credenza del villino.
Io stesso mi sentivo meglio. Le notti nel villino erano calde e confortevoli, le giornate sopportabili. Esplorai la città. Quasi tutto il cibo era stato portato via. C'erano dispense con cracker e frutta secca, in quantità tale che un uomo che aveva mangiato fagioli per una settimana si sentiva un Re. C'era anche della benzina, e potei ripristinare le mie riserve quasi esaurite.
Non avevo fretta di partire. Ma il mattino del quarto giorno Jack mi fece capire che era ora di muoversi.
«Dovremmo restare ancora un paio di giorni, Jack. Non credo che Ra-see sia pronta a viaggiare. Io non sono pronto a mettermi in viaggio.» Guardai oltre i confini della nostra magica città, l'ondulata distesa bianca.
Jack ringhiò.
«Mi dispiace, amico. Stavolta decido io. Restiamo.» Mi allontanai da lui, vagamente apprensivo per non aver ascoltato i suoi capricci. Ma intanto la mia riluttanza ad andarmene superava la mia riluttanza a restare. Jack rimase dov'era, guardando silenzioso le distanti pianure ondulate coperte di neve.
Quella sera lo ritrovai lì, che fissava sempre il cielo, sotto le stelle.
«Jack, questo è ridicolo. Vieni dentro, adesso.»
Tentai di tirarlo, ma resistette, con calma e fermezza. Quando insistei, mi ringhiò contro dal profondo della gola. Infine mi arresi e tornai al calore della stufa a legna, e alle cure di Ra-see.
7
Il mattino, Jack si era riunito a noi. Giaceva raggomitolato accanto a Ra-see, che durante la notte aveva lasciato il suo cesto. Jack mi guardava con aria impenetrabile. Quando Ra-see si alzò, era ritta sulle forti zampe, e io ero disposto a dichiararla guarita.
«Vedi, Jack? Una notte in più non ha guastato.»
Quando aprii la porta della nostra casa, venni accolto da un altro giorno luminoso.
«E questo cos'è?»
La bellezza della giornata, e lo splendore degli edifici e dei minareti variopinti che mi circondavano, erano inquinati da migliaia di volantini che ricoprivano la terra e le case; erano annidati sui pendii dei tetti, facevano capolino dai canali di scolo, coloravano le strade.
Mi chinai e ne raccolsi uno. In alto c'era un teschio ghignante, sotto c'era un messaggio in molte lingue: Cinese, Russo, Inglese, Francese, Italiano, decine d'altre, molte delle quali non riconobbi. Quando trovai la mia lingua d'origine, il Cambogiano, finalmente i miei occhi si fermarono a leggere. Era un messaggio semplice, diretto e raggelante:
UMANITÀ! LA TUA CAUSA È PERDUTA! MA TI ASPETTIAMO PER ACCOGLIERTI A BRACCIA APERTE! LA MORTE E LA RISURREZIONE SONO IL TUO FUTURO! GUARDA IN CIELO! LA TUA SALVEZZA VERRÀ A PRENDERTI!
Immaginavo perfettamente quel solitario pallone, che volava alto sopra di noi nella notte, un puntino contro il cielo terso, illuminato dalla luna e trapunto di stelle, e Jack silenzioso testimone che seguiva con gli occhi il percorso del pallone, mentre i volantini scendevano fluttuanti come fiocchi di neve.
Gettai a terra il volantino e entrai in casa.
«Jack, avevi ragione,» dissi, ma Jack non diede alcun segno di compiacimento. Si limitò a passarmi davanti e a uscire, si diresse al gatto delle nevi e si fermò lì vicino.
«D'accordo, Jack.» Dieci minuti dopo stavamo uscendo dalla città magica, senza guardarci alle spalle.
8
Verso est, e lentamente verso nord. In due giorni avevamo attraversato il fiume Anabar. In altri due giorni di rapida andatura l'Olenek e il Lena. L'Anabar era gelato, e anche l'Olenek, e li attraversammo facilmente. Ma il Lena, un corso d'acqua ampio e rapido, era una confusione di banchi di ghiaccio galleggianti, e fummo costretti a dirigerci a nord per trovare un ponte.
Le giornate erano fredde e limpide, e così anche le notti. Ma l'inverno aveva allentato la sua morsa in quella regione, e in alcuni punti una chiazza verde o marrone faceva capolino sui pendii delle colline. All'inizio Ra-see viaggiava con me, avvolta nelle coperte. Verso la fine di quella settimana cominciò a camminare, avventurandosi in una breve missione esplorativa col suo compagno. La loro compagnia mi mancava, sebbene non si allontanassero per molto tempo. Di notte Jack e io guardavamo assieme il cielo.
La catena del Verkhoyansk si levò davanti a noi, una sequela di montagne basse e massicce. Persino nella mia inesperienza sapevo che valicarle sarebbe stato difficile. Guadammo un corso d'acqua coperto da un sottile strato di ghiaccio, che si ruppe sotto il peso del mio stivale. Sotto, l'acqua precipitava e gorgogliava.
«Dovremo muoverci lentamente, Jack,» dissi, e le mie parole servivano più a me che al lupo, che non ne aveva bisogno. Aveva preso l'abitudine di procedere un centinaio di iarde davanti a noi, indicandoci la strada per inoltrarsi sulle montagne.
Salendo la neve aumentava, e aumentava il freddo, ma ancora l'equilibrio tra gelo e disgelo era precario. Soprattutto temevo un falso ponte di ghiaccio. Una volta, quando il nostro cammino sembrava ormai deciso, Jack tornò indietro per dissuadermi dall'avanzare su una striscia di ghiaccio e neve apparentemente sicura. A confermare il suo intuito, la neve crollò in banchi scricchiolanti, rivelando un abisso profondo.
Lo ringraziai affondando una mano nella sua pelliccia e accarezzandogli la schiena. Accettò il complimento senza fermarsi, e si allontanò per tracciare un nuovo sentiero.
Ma venne un giorno in cui la nostra fortuna e l'abilità di Jack vennero meno.
Neppure Jack avrebbe potuto evitare la nostra disgrazia. Una tempesta improvvisa si levò tra le montagne, lasciò cadere un pollice di neve e durante la notte scemò cancellando le tracce del nostro passaggio. Poi il sole si fece caldo e sciolse la neve. Quel pomeriggio la temperatura scese improvvisamente com'era salita, e continuò a scendere.
Il mattino dopo il nostro sentiero era coperto da uno strato di ghiaccio. Stavamo percorrendo una linea retta attraverso la profonda fenditura che divideva due picchi, ma ci trovammo di fronte a una salita. Il sentiero pianeggiante ci aveva ingannati. Ad ogni passo la zampa anteriore di Jack rompeva la crosta di ghiaccio per incontrare il vero sentiero più sotto. Ad un certo punto il ghiaccio si incrinò, e Jack affondò fino al collo. Dovette fare forza sulle zampe posteriori per liberarsi, e mentre si tirava indietro la lastra di ghiaccio che sosteneva il gatto delle nevi si staccò.
Ciò che era stato liscio e solido si incrinò e si ruppe. Lanciai un grido.
Il gatto delle nevi traballò e si piegò minacciosamente a destra. Io venni quasi sbalzato fuori; Ra-see assisteva impotente poco lontano.
Il gatto delle nevi rimase immobile per due secondi, poi con un boato l'area di fronte a me crollò, e la parte anteriore del mezzo cingolato affondò, si raddrizzò per un istante e si inclinò bruscamente in avanti. Io strinsi forte il volante, con la paura persino di respirare. Sotto di me si apriva un abisso profondo almeno duecento piedi.
Il gatto delle nevi si piegò cigolando in avanti, si fermò. Il blocco di ghiaccio che fino a un momento prima aveva contribuito a sostenere il peso del mezzo cingolato scivolò via nell'abisso, e lo guardai ruzzolare e infrangersi contro le pareti della rupe di ghiaccio.
Rimasi immobile, incapace di muovermi. Trattenni il fiato, il gatto delle nevi scivolò in avanti e poi si arrestò, con i pattini posteriori affondati nella neve. Poi, sempre molto lentamente, il peso lo trascinò in avanti e verso il basso.
Guardai Jack, paralizzato sul bordo dell'abisso, che mi fissava, e presi in fretta una decisione. Mi girai e cominciai a gettare le nostre scorte di cibo giù dal gatto delle nevi, più rapidamente che potei. Poi la tenda. Ormai dovevo sollevare i nostri averi oltre il ciglio dell'abisso.
Il gatto delle nevi scivolò ancora di un paio di pollici, e dovetti alzarmi in piedi sul sedile per raggiungere il bordo del precipizio, ma le mie mani non trovarono nessun appiglio sul ghiaccio scivoloso.
Sotto di me il gatto delle nevi si abbassò ancora stridendo, e scivolò verso il basso. Freneticamente mi arrampicai sullo schienale del sedile e affondai le mani nel ghiaccio e nella neve mentre i piedi perdevano l'appoggio. Sentii qualcosa di duro, un picco sporgente, e mi aggrappai ad esso mentre il gatto delle nevi cadeva.
Guardai e mi mancò il fiato. L'abisso si era ingrandito, e adesso stavo guardando in un crepaccio quasi senza fondo, e il gatto delle nevi precipitava e si schiantava contro le pareti di roccia ghiacciate, sparendo in un attimo fra turbini di neve.
Chiusi gli occhi e li riaprii su Jack, che si era avvicinato a me sul ciglio del crepaccio. Senza un suono aprì la bocca, piantò le zampe posteriori nella neve, si abbassò e prese la mia manica tra i denti.
«Va bene, Jack,» sussurrai, «d'accordo, ci provo.»
Mi tirai su. Tentai di sostenermi con i piedi alla parete rocciosa, ma non c'era nessuna parete rocciosa, solo neve, che si sbriciolava ad ogni tentativo, lasciandomi appeso nel vuoto allo spuntone di una rupe.
Ringhiando per lo sforzo, Jack mi trattenne per la manica. Chiusi gli occhi, respirai a fondo e mi tirai su. Quasi ce la feci, riuscii a sollevare un braccio oltre il bordo, poi ripresi a scivolare giù.
Apparve Ra-see, chiuse i denti sull'altra mia manica e mi trattenne dov'ero. Mi riposai un secondo, poi, facendo leva sul braccio teso, mi issai portando oltre il bordo anche la manica tenuta da Jack.
Scalciai nel vuoto, trovai la rupe e la strinsi con le ginocchia, riuscendo finalmente ad arrampicarmi fuori dall'abisso. Strisciai in avanti, allontanandomi dal precipizio, e giacqui supino, ansante, a guardare il cielo. Poi vidi i due lupi fermi a rispettosa distanza, che mi fissavano impassibili.
«Venite qui,» dissi. Li presi tra le braccia, e strofinai la faccia contro i loro musi. Risi, col. corpo ancora tremante per la vicinanza della morte, e gridai, e sentii la mia voce echeggiare tra le cavità delle gole: «Sono vivo!»
9
Eravamo a piedi. Avevo salvato la tenda, ma non i lunghi picchetti che Jack mi aveva così pazientemente insegnato a usare. Avevo una coperta, ma il radiatore era perduto. Avevo un'arma, una pistola, con solo sei cartucce, e metà delle nostre provviste di cibo, abbastanza forse per una settimana. Con un'imprecazione irrazionale mi accorsi che erano tutti fagioli. Tuttavia, con Jack che mi guardava senza nemmeno un'ombra di smarrimento, mi riuscì difficile essere adirato a lungo.
«Ce l'abbiamo fatta finora,» dissi, «e ce la faremo fino in fondo.»
Quella notte non fu penosa come avevo temuto. Un ruscello di montagna ci portò acqua fresca, e inspiegabilmente i fagioli avevano un buon sapore. Non c'era vento, e rizzai la tenda con facilità, senza obiezioni da parte di Jack, nell'incavo tra due pareti, con pietre che ancoravano gli angoli. La temperatura si era scaldata di nuovo percettibilmente, e avevamo quasi oltrepassato le montagne. Ancora pochi giorni, e con un po' di fortuna avremmo potuto trovare una città o un villaggio sul versante opposto, e rifornire le nostre scorte. Forse avremmo persino potuto trovare una altro gatto delle nevi.
Quella notte dormii profondamente come nelle settimane precedenti.
Il mattino mi svegliai e scoprii che Jack e la sua compagna se n'erano andati. Supposi che fossero andati avanti in perlustrazione, e cominciai a preparare la colazione. Prometteva di essere un altro giorno limpido, con appena l'accenno di un cumulo di nubi per rompere il bellissimo tedio del cielo. Avevo sete, e andai al ruscello a bere.
Immersi la mano a coppa nell'acqua e la portai alla bocca.
«Umano! Fermati, per favore!»
Per un attimo pensai di sognare, pensai che la voce fosse solo una mia fantasia.
«Umano!»
Lentamente mi alzai e mi girai, con l'acqua che sgocciolava dalla mano ancora a coppa. «Sì, tu! Benvenuto nel mondo!»
Mi trovai di fronte a uno scheletro, ma l'angolatura della luce del mattino mi mostrava il profilo di un Orientale magro e sottile, dalle lunghe mani. Indossava abiti di una luminosità abbagliante, e restai sorpreso per le sfumature dei colori. Era come se indossasse un arcobaleno.
«Tu mi ammiri! Per favore non farlo! Nessun uomo merita ammirazione!»
La sua voce era esile e acuta, ma forte. Si inchinò. «Io sono Yu Fon, dell'undicesimo secolo A.C.» Tese le mani, con i palmi rivolti verso l'alto. «E tu?» disse.
«Io sono...» non conclusi.
«Non importa. Sei chi sei. Seguimi.»
Si girò e si allontanò. «Se cerchi la fuga, non sprecare energia. So dove ti trovi. Ritornerei, semplicemente. E non puoi nemmeno uccidermi.»
Non lo seguii, ma girai attorno alla formazione rocciosa dalla quale si era avvicinato. Dall'altra parte, su una piccola piana rocciosa, c'era il pallone rosso e verde che io e Jack avevamo visto. Era legato a un picchetto infisso nel terreno, e beccheggiava pigramente a pochi piedi da terra. Il cesto era di giunchi colorati fittamente intrecciati a formare immagini: dei soli, una luna sorridente, una nuvola impenetrabile sopra un mare ondoso. Le immagini erano separate da minuscoli disegni dello stesso pallone, con dovizia di particolari.
«Le cose tu puoi ammirare, in quanto risultato dell'opera delle nostre mani, e provenienti da Dio.»
Yu Fon era in cima alla formazione rocciosa nella quale l'avevo visto sparire.
Mi voltai e corsi verso la tenda.
«La fuga è uno spreco di energia!»
Mi guardai indietro, ma non era più lì. Respirando affannosamente, corsi nella tenda, frugai tra ciò che restava delle provviste e trovai la pistola. Uscii, e vidi Yu Fon che mi aspettava fuori dalla tenda. Si inchinò. «Umano.»
Mirai, e sparai. Risuonò uno scatto a vuoto.
«Mi sono preso la libertà,» disse Yu Fon. Aprì la mano, e sul palmo c'erano le cartucce.
Con un grido mi gettai su di lui, ma mi evitò facilmente. Quando mi girai per fronteggiarlo, non era dove l'avevo visto andare, ma dalla parte opposta, in piedi davanti alla tenda.
«Vuoi seguirmi, adesso?» disse. «Il pallone aspetta!»
Urlai un'imprecazione, e lo attaccai di nuovo, ma quando cercai di afferrarlo non era più lì.
«Il movimento è elusivo!» disse. Girai in tondo, senza trovarlo. Dopo un poco lo vidi in cima alla formazione rocciosa. Si voltò e iniziò a scendere dall'altra parte, verso il pallone. «Aspetterò!» disse.
Io smontai in fretta il campo, mi misi lo zaino in spalla, e mi allontanai dal pallone, mettendo un miglio buono tra me e il luogo dove mi ero accampato. Guardai indietro e vidi che il pallone non era più ormeggiato al suo posto. Ansiosamente controllai il cielo, ma non ne vidi alcuna traccia.
Ripresi a camminare.
A mezzogiorno mi aspettavo di ritrovare Jack e la sua compagna, ma non si fecero vivi. Mi venne in mente che Yu Fon poteva aver fatto loro del male, e d'un tratto desiderai di vedere ancora lo scheletro, e di strangolarlo a morte se necessario per farmi dire cosa aveva fatto ai miei compagni.
Quel giorno e quella notte furono solitali. Rizzai la tenda sotto uno spuntone di roccia, e osservai l'acqua, sgocciolante durante il giorno, tramutarsi in incerti ghiaccioli al freddo della notte. Mangiai, pensando che presto il mio cibo sarebbe finito.
La notte attesi di udire l'ululato dei lupi, ma non sentii nulla. Il mattino dopo, il terreno attorno al campo era coperto dai volantini di Yu Fon:
UMANITÀ! LA TUA CAUSA È PERDUTA! MA TI ASPETTIAMO PER ACCOGLIERTI A BRACCIA APERTE! LA MORTE E LA RESURREZIONE SONO IL TUO FUTURO! GUARDA IN CIELO! LA TUA SALVEZZA VERRÀ A PRENDERTI!
Feci a pezzi quello che tenevo in mano e lo gettai a terra.
«Villano!» disse la voce di Yu Fon. Guardai in cima allo spuntone di roccia, ed era lì, col suo pallone ormeggiato a trenta piedi dietro di lui.
«Vieni! Abbiamo perso abbastanza tempo a terra. I cieli attendono!» disse, e si voltò verso il pallone.
Mi arrampicai sullo spuntone di roccia e gli corsi dietro. «Cos'hai fatto ai miei lupi!»
Evitò con facilità i miei attacchi, lasciandomi senza fiato.
«Io non mi preoccuperei dei lupi,» disse Yu Fon. «I lupi vengono da Dio. Provvedono a loro stessi, in cielo o in terra.»
«Li hai uccisi?» gridai. Di nuovo tentai di afferrarlo, e di nuovo afferrai solo aria. Quando mi arresi, si trovava una iarda alla mia destra, con le braccia conserte.
«È ora,» disse, e si incamminò verso il pallone.
Io corsi via da lui, feci fagotto, e ripresi il cammino.
Andò avanti così per quattro giorni, durante i quali feci poca strada, preoccupato per Jack e Ra-see, ed esaurii le mie scorte. La tenda si impigliò in una roccia, si strappò e divenne inutilizzabile. Dormii per terra. La sera del quarto giorno mangiai l'ultima scatola di fagioli, e cominciai a sentire i crampi allo stomaco.
Yu Fon atterrò col suo pallone a un centinaio di iarde da me, eclissando la luna. Guardai la figura sottile del suo scheletro uscire dal cesto, ormeggiare il pallone, e risalire.
«Non volerò con te!» gridai, e scappai da lui nell'oscurità mitigata dalla luna.
Il giorno dopo trovai un cespuglio di bacche e alcune radici simili a delle rape, ma le bacche si rivelarono non commestibili, e trascorsi un giorno intero piegato in due dal dolore. I crampi non passarono fino a sera. Durante il mio malessere ebbi delle visioni, vidi il pallone che ballava nel cielo sopra la mia testa, facendo giravolte e passi di danza, con Yu Fon che con una bacchetta gettava nel cielo colori che si mischiavano e vorticavano tra le rade nubi.
Quella notte, mentre cercavo di prendere sonno, sentii Yu Fon che mi sussurrava all'orecchio: «Vieni, è ora!»
Aprii gli occhi. Stava già ritornando verso il pallone. Guardai ciò che avevo, ciò che avrei ottenuto. Non avevo niente. Il mio cibo era finito, il mio rifugio non c'era più, i miei compagni se n'erano andati. Non sarei sopravvissuto da solo in quel territorio sconosciuto, con i suoi cibi sconosciuti. All'orizzonte non erano apparsi né città né villaggi. Avrei potuto vagare per giorni, o per settimane, e alla fine sarei impazzito.
Vacillai fino al pallone di Yu Fon e guardai nel cesto.
«Ti chiedi,» disse Yu Fon nel buio, «se ti ucciderò.»
«Sì.»
«Ti chiedi se ti trasformerò in una creatura come me, perché farlo è nella mia natura.»
«Sì.»
«Il tempo lo dirà,» rispose.
Salii nel cesto, e sentii la morbidezza dei cuscini e della paglia sul fondo. Yu Fon mollò gli ormeggi e il pallone si alzò, baciando le nuvole e la dolcezza delle tenebre celesti. Yu Fon cantò, una tenera melodia cinese che mi rammentava l'infanzia, tanto tempo prima in Cambogia, e mi abbandonai al torpore del sonno.
10
Mi risvegliai ancora umano.
La luce del giorno era forte. Sopra di me vidi l'apertura nel pallone per il passaggio dell'aria calda, e sotto il compressore di metallo a gas. La mano scheletrica di Yu Fon si tese verso la leva, e un sibilo possente di fuoco sprizzò su nel pallone, che si alzò visibilmente e parve sbattere contro il cielo.
Mi sedetti. Il cesto era grande, delle dimensioni di una piccola stanza. Lungo il perimetro c'erano delle sedie, e da una parte c'era un tavolino coperto di strumenti e mappe arrotolate. Lì vicino c'era una scatola smaltata di nero, dipinta di giallo con stelle e falci di luna, e accanto a quella c'era un'altra scatola, e di fianco c'erano mucchi di volantini. Sul pavimento, tra i cuscini, erano sparsi dei libri. «Dormito bene?» disse Yu Fon.
«Sì.»
«Bene! "La mente stanca anela al sonno, ma la mente riposata anela alla conoscenza".» Sorrise lievemente. «È una cosa che ho detto io tremila anni fa!»
Il mio stomaco brontolava.
«E allo stesso modo,» disse, «lo stomaco affamato anela al cibo.»
Aprì la scatola vicino a quella smaltata, e tirò fuori delle verdure e un pacchetto di cracker, che divise dandomi la parte più abbondante.
Dopo aver rivolto al cibo un'occhiata sospettosa, la fame sopraffece la diffidenza, e mangiai.
«Adesso anche lo stomaco è felice!»
Mi alzai e sentii il cesto ondeggiare leggermente. Guardai oltre la fiancata, e vidi il mondo scivolare via, come una trapunta su cui fiumi e ruscelli tagliavano la terra verde, bruna, e bianca in pezze e strisce.
«Vengo dal sud, dove sono nato,» disse Yu Fon. «Dalla provincia di Qinghai, come si chiama adesso. Abbiamo laghi bellissimi, non tanti come Xizang Zizhaqu, ma più gradevoli alla vista. Io sono nato nei pressi di un lago, e sono cresciuto nuotandoci dentro. Più tardi, con i miei palloni, ho imparato a nuotare nel cielo.»
Lo guardai. «Perché non hai cercato di uccidermi?»
«Uccidere non è la parola giusta,» disse. «Ho meditato profondamente e a lungo, e nella mia mente questa conoscenza è serena. Convertire,che denota cambiamento, e non morte, è un termine più corretto.»
Sbuffai. «Uccidere è la parola giusta.»
«Non credo,» disse. «Ma possiamo discuterne. Se fossimo entrambi umani, e io ti colpissi, tu andresti in un altro luogo, e sarebbe omicidio. Ma se ti colpissi adesso, non andresti in un altro luogo. Resteresti qui. Solo la tua carne si dissolverebbe. Avresti un nuovo aspetto, forse, ma saresti ancora qui.»
«Quanti ne hai uccisi?» chiesi. «Ho letto il tuo volantino. Quanti ne hai abbattuti?»
«Come ho detto...»
«Convertimi, allora!» dissi, irritato dalla pacatezza della sua voce.
«Ah.» Mi guardò. «Migliaia. Ma solo quand'erano pronti, e me lo chiedevano.»
«Cosa!»
«Tanto tempo fa, nella mia prima vita, decisi di vivere in pace e tranquillità. Per un certo periodo fui un mago. La mia epoca, come tutte le epoche, era travagliata. Gli uomini tentavano di trarre profitto da altri uomini, e uccidevano altri uomini per i loro averi. Questo, decisi, non era giusto. Io bramavo una vita di contemplazione, e così partii dalla mia provincia, diretto a nord, dove avevo sentito dire che vivevano uomini di contemplazione. Li trovai nel paese che voi adesso chiamate Mongolia. Atterrai lì col mio pallone, e vissi tra di loro, e imparai a pensare. Presto ripartii, non desiderando più di stare tra gli uomini, e continuai a vivere nel cielo da solo, più vicino a Dio. Lì i miei pensieri erano più sereni, più puri.
«Ma ahimè, un giorno il mio pallone si schiantò a terra, e io rimasi ucciso. Così si conclusero i miei giorni di contemplazione!
«E invece no! Improvvisamente mi sono ritrovato di nuovo su questa terra!
«Il mio solo dovere, decisi, era di riprendere a pensare in modo puro. Così sono ripartito con questo nuovo pallone, fatto in quest'epoca, e ho cercato di svelare i misteri di questa nuova esistenza.»
Sbuffai ancora. «E cos'hai scoperto?»
«Molto. Non tutto. Ho scoperto in me un desiderio innato di distruggere gli umani. Quando mi sono svegliato, e sono uscito da sottoterra, ero vicino a una strada. Sulla strada camminava un ragazzo con un bastone in spalla, legato al quale c'era un involto con dentro del cibo. Ho sentito un irrefrenabile impulso a colpirlo. L'ho fronteggiato, e ho levato il pugno su di lui, pronto a colpire. Questo all'inizio mi ha sgomentato e inquietato. Mai prima avevo albergato il desiderio di fare del male. Ho visto quest'impulso in tutti quelli come me, e ho pensato che ci dovesse essere una ragione, e per il bene. La natura di un essere è la natura stessa, e la sua vera natura è sempre per il bene.
«Ma non ho colpito il ragazzo. Invece gli ho chiesto se desiderasse essere colpito. Ha gridato di no, ed è scappato.
«Nel corso di quei primi giorni, e delle prime settimane, nella confusione che mi circondava, ho meditato profondamente e a lungo su questo mio impulso. Tutt'attorno a me gli altri indulgevano in esso senza ritegno. Quello, ho pensato, era sbagliato, nonostante l'impulso stesso dovesse scaturire dal giusto.
«Infine mi sono schierato con un condottiero del quinto secolo A.C., che trionfava nella sua Nazione. Mi ha preso con sé come mago di corte, e ha iniziato a chiedermi i miei pensieri. Ho studiato molti libri, antichi e moderni, e l'ho messo a conoscenza dei miei pensieri. Mi considerava un saggio. Eoi ha esaudito il mio desiderio di avere un pallone, per poter diffondere il mio pensiero in tutta la Cina.
«Ed ecco qui ciò che ho imparato, quello che tanto affascinava il condottiero, tanto da permettermi di diffondere la mia parola. Per trovarmi qui adesso devo essere arrivato da un altro luogo, un luogo che, sinceramente, non ricordo. E questo è valido per tutti quelli come me.
«Sono andato in quel luogo quando il mio pallone è precipitato nell'undicesimo secolo A.C. Forse non è logico che per arrivare in un luogo, bisogna essere partiti da un altro luogo? Ovviamente ci deve essere una ragione per cui io mi trovo qui adesso. E se è nella mia natura voler...»
«Basta,» dissi, annoiato dai suoi ragionamenti. Pensavo solo a Reesa, e a mio figlio, e a tutti quelli che avevo visto massacrare dall'inizio di quella follia. Il tentativo di Yu Fon di giustificarla mi irritava e mi intimoriva.
«Forse più tardi...»
«Non voglio più sentire le tue sciocchezze,» dissi. «Basta che non mi uccidi, o non mi converti,mentre sono con te.»
«Farlo senza il tuo consenso sarebbe peccaminoso!»
«E allora non commettere peccati.»
Mi rivolsi alla vista che scorreva sotto di me, e mi persi nella sua bellezza, e quando più tardi Yu Fon aprì la scatola smaltata di nero, e fece delle magie per me, e sparse colori tra le nuvole che attraversavamo, come aveva fatto quando credevo di avere avuto delle visioni, non protestai.
Più tardi ancora, alla luce arancione del sole morente, Yu Fon si ritirò in contemplazione a leggere, come notai con una risata beffarda, un libro che io avevo letto al college, Moby Dick. «L'eterna lotta tra il bene e il male percorre ogni epoca e cultura,» disse notando il mio interesse.
E ancora più tardi, quando la luce scemò e lui ripose il suo libro, e si appoggiò a riposare il teschio contro il fianco del pallone, e chiuse gli occhi, prima che io chiudessi i miei, lo guardai per un momento quasi con affetto, sapendo che una parte di lui, forte e vitale, voleva distruggermi, ma che un'altra parte, più umana, la sua mente e il suo intelletto, non gliel'avrebbe permesso.
Quella notte dormii più profondamente di quanto fossi riuscito a fare dall'inizio della follia, e sognai ancora la ragazza dalla carnagione scura e la grande nave inclinata.
11
Il giorno seguente, mentre scivolavamo su un banco di nubi sottili che facevano sembrare la terra rannicchiata sotto una coperta da neonato, mi venne in mente che Yu Fon non aveva più distribuito volantini.
«Non ce n'è bisogno,» disse.
«Perché?»
«In questa zona non ci sono più umani. Non ce ne sono più in tutta la Cina e in tutta la Russia. Non ce ne sono più nemmeno in America, in Europa e in Australia, in quanto a questo.»
La rivelazione mi colpì come una cannonata. «Il genere umano è scomparso?»
Scosse la testa. «Sono rimasti in pochi. Gli Americani, una razza piena di inventiva, hanno perfezionato una macchina volante per trovare i superstiti. Presto...»
«Presto sarà la fine,» dissi.
Yu Fon mi guardò con calma.
«Dove mi stai portando?» chiesi.
«Dove ci porta il fato,» rispose enigmaticamente.